Piva (CCPB): Serve un nuovo ruolo per gli enti certificatori

La questione dell’acido fosforoso, e in parallelo dell’acido fosfonico, è complessa e di lunga data. Si tratta di due metaboliti di sintesi i cui residui sui frutti, nel bio, sono soggetti a limiti sempre più stringenti e severi. Sul ruolo degli enti certificatori e sulla necessità di far sentire la loro voce in questa annosa ‘faccenda dei fosfiti’ si è concentrato l’intervento di Fabrizio Piva, amministratore delegato del CCPB, durante la conferenza online di giovedì scorso organizzata dal Corriere Ortofrutticolo dal titolo “F2F: sfide e opportunità per l’ortofrutta italiana” con focus sul biologico.

Con l’ultimo provvedimento di revisione dei livelli di contaminazione da prodotti fitosanitari non ammessi sulle produzioni biologiche, pubblicato nel 2019 e supporto dal CREA, la sola presenza dell’acido fosforoso, o del suo tautomero l’acido fosfonico, è sufficiente a stabilire irregolarità e, dunque, indagare sulla presenza di fosetil alluminio, fungicida assolutamente non ammesso nel bio. Con l’ultimo decreto-legge in vigore da quest’estate, tuttavia, sono state introdotte nuove deleghe ai limiti imposti. Fino al 31 dicembre 2022 è stato infatti portato da 0,01 ppm (parti per milione, ndr) a 1 ppm il residuo massimo di fosfiti per le colture arboree pluriennali, elevandolo così di quasi 1000 volte, e da 0,5 ppm a 0,05 ppm per le colture erbacee annuali.

“Sembra di essere in una sorta di mercato delle soglie, dove l’unica cosa certa è che ad oggi non esiste alcuna evidenza scientifica che comprovi il legame tra la presenza di acido fosforoso e l’uso di fungicidi. Secondo il CREA, il loro impiego potrebbe trasferire la sostanza nel frutto attraverso il ciclo biochimico della pianta, ma non ci sono prove”, ha dichiarato Fabrizio Piva. “Tutto questo imporre limiti e concedere deleghe – continua Piva – dimostra solo che c’è ancora tanta confusione sul tema. Credo sia necessario e urgente implementare un serio programma di ricerca, che coinvolga il CREA e gli istituti di ricerca universitaria, per definire come e perché della presenza di queste sostanze, ritrovate su tantissime tipologie differenti di prodotti, anche provenienti da produzioni bio”.

Il ruolo dell’ente certificatore in questo senso è dunque chiaro per Piva: “La certificazione non è, e non deve essere, un mero strumento di controllo ai fini pubblici. Deve piuttosto essere al servizio del comparto per elevare la qualità del prodotto biologico a tutela del consumatore e della stessa competitività dei produttori sul mercato internazionale. La Farm to Fork ci dà un indirizzo specifico, anche in fatto di equità sociale e di sviluppo ambientale. È in questo senso – chiosa Piva –  che la normativa interna dovrebbe adeguarsi e allinearsi”.

Chiara Brandi