Ortofrutta bio in cerca di innovazione, i big player s’interrogano sul futuro

Negli ultimi dieci anni il consumo di prodotti biologici in Italia è cresciuto del 178% raggiungendo un fatturato di 3,6 miliardi di euro (dato 2018), una tendenza positiva confermata anche nel 2019 con vendite nella GDO in aumento del 5% nel primo semestre (dati Nomisma – Osservatorio SANA).
Un trend inarrestabile, che tuttavia fa intravedere i primi segnali di cedimento per quel che riguarda l’ortofrutta fresca, dinanzi ai quali gli operatori iniziano a interrogarsi affinché vengano scongiurati possibili rischi di perdita di valore dovuti alla banalizzazione del prodotto. Innovazione diventa dunque la parola chiave per il futuro di frutta e verdura bio, sia per dare nuova linfa al settore sia per far fronte a cambiamenti climatici importanti che si ripercuotono sulla redditività della filiera nonché sulla soddisfazione della domanda finale.

Ma qual è l’approccio innovativo da adottare?  Non esiste una ricetta né una soluzione univoca. Abbiamo interpellato alcuni tra i principali player del settore e ognuno di essi ha riferito una propria visione, il cui unico comun denominatore è la massima attenzione alla sostenibilità.

“I problemi dovuti al cambiamento climatico in corso sono reali e urgenti”, afferma Antonio Cogo, responsabile commerciale di Veritas Biofrutta, società del Gruppo Mazzoni commercialmente nota con il brand VeryBio. “Per questo motivo, ad oggi – riferisce Cogo – ci troviamo ad affrontare problemi di gestione dei raccolti in campo. Un esempio su tutti è dato dal cavolfiore: quest’inverno le temperature più elevate rispetto alla media del periodo stanno portando ad un accavallamento delle produzioni, causando momenti di eccesso di offerta seguiti dalla possibile mancanza di prodotto nelle settimane successive, che potrebbe portare ad un’eventuale chiusura anticipata della stagione”.

Tutto questo va ad aggravare un’altra questione, particolarmente sentita tra gli intervistati con riferimento al mercato interno, relativa alla difficoltà di realizzare un programma commerciale con buon anticipo. All’estero la GDO lavora con quantitativi sensibilmente più elevati e costanti di settimana in settimana, tali per cui è possibile programmare spedizioni e prezzi con sicurezza e regolarità, diversamente da quanto avviene in Italia, dove la domanda dei buyer è variabile e viaggia su volumi ridotti, spalmati su più tipologie e varietà di prodotti.

“Come azienda – spiega in proposito Paolo Pari, direttore di Almaverde Bio – stiamo cercando di implementare anche in Italia la stessa formula adottata in Europa, ovvero di approvvigionamento diretto dalle zone di produzione grazie alla nostra presenza capillare nei territori più vocati, mirando a realizzare grandi campagne di prodotto con quantità più elevate e, di conseguenza, migliori capacità di programmazione”.

Un valore aggiunto importante, che tuttavia deve essere coadiuvato e sostenuto da una certa efficienza logistica. È il caso di Almaverde Bio ma anche di Bio Val Venosta, realtà  altoatesina leader del comparto della melicoltura biologica in Europa, parte del Consorzio VIP, che ha inaugurato proprio in questa stagione il nuovo stabilimento della Cooperativa Juval di Castelbello con una capacità di cernita e confezionamento rispettivamente di 18 e 28  tonnellate all’ora, un magazzino refrigerato a scaffalatura verticale per lo stoccaggio di 18 mila cassoni e 12 linee di lavorazione all’avanguardia, “in grado di garantire massima sicurezza e flessibilità di risposta alle diverse esigenze del cliente, essendo qualità, servizio e sostenibilità i plus su cui ci vogliamo differenziare”, spiega Gerhard Eberhöfer, responsabile vendite di Bio Val Venosta.

I valori elencati da Eberhöfer sono quelli su cui si dovrebbe riconoscere l’intero settore del biologico, facendone dei veri e propri driver di crescita. In tal senso, dunque, la corsa alla sostenibilità diventa una sfida da declinare in diverse forme e misure. “In Brio-Alce Nero operiamo secondo un modello di economia circolare, iniziando da un prodotto bio rispettoso dell’ambiente e della biodiversità, vestito in packaging riciclabile possibilmente plastic free e confezionato in stabilimenti che utilizzano energia rinnovabile. A questo si aggiungono anche progetti fair trade e di cooperazione solidale per sostenere economie agricole nei Paesi in via di sviluppo. Non da ultimo stiamo ampliando anche la disponibilità di offerta di prodotti certificati Naturaland e Demeter per specifici mercati”, dichiara Mauro Laghi, direttore commerciale Brio SpA.

Non solo, un’ulteriore declinazione del concetto di sostenibilità si riflette sul macro trend del KM0 in senso lato. L’Europa rappresenta il principale sbocco per tutti i player intervistati. L’appeal del prodotto italiano su questo mercato è ancor più elevato perché sinonimo di produzione locale se si considera il mercato globale. “In Germania e nel Nord Europa la coltivazione di mele in piccoli appezzamenti domestici è molto estesa tanto da fare concorrenza ai grandi produttori e/o consorzi di produttori. La scarsità di prodotto della stagione 2019/20 in queste aree, dovuta a fattori climatici avversi, ha estremamente favorito la vendita del prodotto della Val Venosta, considerato locale rispetto ad altre provenienze extra UE”, specifica Eberhöfer. “Il consumatore è sempre più attento alla regionalità; è un ‘maxi trend’ a cui anche i buyer cominciano a prestare attenzione e che andrà sempre più affermandosi”, conclude il manager.

Innovazione, dunque, nell’accezione di maggior programmazione dell’offerta e migliore sostenibilità a 360 gradi, ma anche in senso stretto di rinnovo varietale e di scelta dei canali di vendita.
“Dal prossimo anno entreranno in produzione gli impianti di frutta tropicale, mango e avocado bio, mentre tra pochi mesi sarà possibile commercializzare su ampia scala la nostra nuova varietà di zucchine ideali per il consumo crudo”, confida Carmelo Calabrese, direttore commerciale Colle d’Oro, storica realtà siciliana pioniera del bio sull’Isola, con un giro d’affari nell’intorno dei 18 milioni di euro. “Stiamo studiando nuove varietà più resistenti ai cambiamenti climatici, agli sbalzi di temperatura, alla mancanza d’acqua e alle nuove fitopatologie”, aggiunge a tal proposito Antonio Cogo di VeryBio, sottolineando l’attenzione del settore nei confronti delle nuove tematiche ambientali di cui si parlava all’inizio.

Infine, qualche novità si potrebbe prospettare anche in termini di canali di vendita. Se infatti la Grande Distribuzione (super e discount) rappresenta ancora largamente il canale di riferimento per i principali operatori del settore (in crescita lo scorso anno del 5% a discapito dei negozi tradizionali, -7%), l’ormai consolidata abitudine al pasto fuori casa sta via via portando a differenti considerazione da parte dei produttori verso il canale horeca. Sebbene ancora marginali in termini percentuali, mense e servizi catering vengono infatti sempre più approcciati attraverso partnership con player di primo piano della ristorazione collettiva.

Infine, da non dimenticare che, nel bio come nel tradizionale, il layout e lo spazio dedicato al prodotto ortofrutticolo in PDV è divenuto di primaria importanza. Ecco perché da quattro anni a questa parte Almaverde Bio sta investendo nel progetto Le Isole di Almaverde Bio, un nuovo format di vendita di prodotto sfuso all’interno dello store, gestito direttamente da Canova, la società del Gruppo Apofruit specializzata nel biologico e licenziataria del marchio. “Abbiamo adattato questo format alle diverse esigenze, dimensioni e prospettive di vendita delle varie superfici e abbiamo visto che l’iniziativa è in grado di cogliere opportunità dell’ortofrutta bio altrimenti inespresse. Nei negozi in cui il giro d’affari del reparto ortofrutta si aggira tra i 4 e i 5 milioni di euro l’anno il fatturato del bio è raddoppiato proprio grazie all’introduzione di questo nuovo format, in cui abbiamo sempre creduto e continueremo a credere incrementando ulteriormente il numero delle Isole nel 2020, che da 20 arriveranno a 40, ed introducendo all’interno di esse anche prodotti provenienti da agricoltura biodinamica certificati secondo il nostro nuovo disciplinare Verdea”.

Chiara Brandi