Nelle serre la coltura biodinamica batte bio e convenzionale

Si chiama Green Resilient il progetto europeo, il cui capofila è il CREA, che coinvolge una decina di centri di ricerca distribuiti tra Italia, Francia Belgio, Danimarca e Svizzera. L’obiettivo è arrivare a dimostrare al comparto delle orticole in serra che la coltura biodinamica è la migliore alternativa all’attuale coltivazione intensiva in serra biologica sia in termini di impatto ambientale che di sostenibilità economica.

Per arrivare a questo risultato è stato predisposto un tunnel sperimentale di duemila mq, all’interno dell’azienda casertana La Colombaia, che con i suoi 200 ettari è una dei più importanti produttori biodinamici italiani di ortaggi a foglia di IV Gamma tutti destinati all’export.

‘L’obiettivo – spiega il suo titolare Enrico Amico, che partecipa al progetto come campo sperimentale a disposizione di tutti in Centri di ricerca europei coinvolti – è di arrivare a creare una fotografia comparativa tra tre tipi di coltivazione diverse. Quella bio di sostituzione (ossia dove si applicano i trattamenti ammessi dal disciplinare bio in sostituzione di quelli convenzionali), quella di bio-ecologica (che ha una maggiore attenzione all’impatto ambientale e alla fertilità del suolo, con l’innesto, ad esempio, di compost e sovesci) e infine, quella biodinamica che, con il suo principio di ciclo chiuso, utilizza ad esempio compost aziendale ricavato dalle stalle, che il disciplinare prevede come soluzione obbligatoria con la presenza di un bovino ogni 5 ettari di campo’.

Il processo produttivo, avviato in primavera, si è sviluppato su tre parcelle adiacenti da circa 700 mq ciascuna, ed ha già registrato due rotazioni produttive. In estate solo nella parcella dedicata al bio di sostituzione si è coltivato pomodoro mentre nelle altre due, con la rotazione colturale, sono stati piantati sovesci e mix di essenze. In inverno si è giunti già al secondo taglio di rucola in tutti e tre i campi sperimentali, per arrivare a marzo a realizzarne complessivamente 5-6.

‘La ricerca è stata avviata su terreni che erano già molto arricchiti – precisa Amico – perché da anni li ho certificati biodinamici. Eppure in sole due stagioni di coltivazione bio di sostituzione emerge che quella parcella di terreno comincia ad impoverirsi ed ha sempre più bisogno di trattamenti fertilizzanti’.

‘Uno dei paradossi del bio in questo tipo di coltivazione – afferma Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, partner di Green Resilient e vicepresidente di Federbio – è che per continuare a mantenere gli standard produttivi si devono introdurre sempre più spesso trattamenti fertilizzanti. È acclarato, infatti, che le serre intensive alla lunga impoveriscono il terreno, come sta accadendo nei mega impianti del Nord Europa e le piante risultano più deboli sicché per sterilizzare le colture sotto serra, si pompa spesso vapore con macchinari che rilasciano CO2 che però produce effetti negativi sull’impatto ambientale’.

In termini economici, in base all’esperienza di Amico, la coltura biodinamica, superata la fase dell’investimento iniziale, inizia a produrre da subito margini migliori per il produttore che si traducono in incrementi di fatturato e minori costi degli input come acqua, trattamenti ed energia elettrica. Per avere una misura sui maggiori margini basti pensare che, fatto zero (a titolo di misura) quello dato dal convenzionale, l’incremento è del 10% per il bio-ecologico e del 20% per il biodinamico che peraltro offre un prodotto estremamente vigoroso e resistente, di qualità superiore a parità di resa, grazie alla maggiore fertilità del terreno e delle condizioni ambientali in cui la coltura insiste.

Secondo i dati di Demeter International, l’ente certificatore delle colture biodinamiche, per la prima volta inseriti nel Bio Report del ministero dell’Agricoltura che sarà pubblicato dopo Natale, l’Italia è diventata il terzo produttore al mondo per superfici con 9.600 ettari (il 6,8% della superficie mondiale) dopo Germania e Francia.

Si stima che le aziende biodinamiche attive nel 2017 in Italia, siano state 4.500, concentrate soprattutto in Trentino, Piemonte e Sicilia con una media poderale di 32 ettari per un reddito medio per azienda di circa 450 mila euro l’anno. Quelle certificate però sono solo 419, di cui 48 distributori, 64 trasformatori e 307 aziende agricole.

‘Il potenziale di crescita è incredibile – sottolinea Triarico -. La catena tedesca Denree realizza l’8% del fatturato con prodotto biodinamico italiano e ha già chiesto di potere arrivare al 20% anche da subito ma mancano le superfici. Trend di crescita analoghi si registrano anche nella catena EcorNaturaSì dove il Biodinamico riguarda il 9% del fatturato complessivo’.

Mariangela Latella