Il gruppo egiziano Sekem: i costi del bio inferiori a quelli del convenzionale

A cominciare dal 1977, lo stesso anno in cui in Italia nasceva la cooperativa Alce Nero, Ibrahim Abouleish (poi morto nel 2018), figlio di un piccolo industriale egiziano, rientrava in Egitto dall’Austria dove aveva studiato e dove era diventato imprenditore farmaceutico, comprava 70 ettari di deserto e cominciava a realizzare Sekem.

Questa straordinaria realtà sorge a 60 chilometri a nordest del Cairo, in un’oasi verde non toccata dal Nilo e dalle piogge e dove quindi l’agricoltura e la vita possono sembrare utopia. Usando i metodi agricoli biodinamici, la terra del deserto è stata invece rivitalizzata e al suo posto si è sviluppata un’intensa attività agricola. Oggi Sekem conta su 684 ettari coltivati e 85 aziende agroalimentari che danno lavoro a centina di egiziani. Sekem è diventato non solo l’ombrello di un gruppo agroindustriale, ma anche di ong, associazioni di agricoltori, istituzioni educative e di un centro medico. Sekem Farm è in tutto e per tutto una comunità autosufficiente e totalmente sostenibile.

Nel gennaio 2019 Sekem ha ricevuto, insieme ad altre 15 entità e progetti sparsi per il mondo, il riconoscimento ‘Outstanding Practice in Agroecology’, un premio internazionale che mette in evidenza le pratiche che eccellono per la loro capacità di favorire lo sviluppo di piccoli produttori alimentari e che aiutano a mantenere gli ecosistemi, rafforzando allo stesso tempo la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.

Quest’anno Sekem ha portato a termine, in collaborazione con l’Università Heliopolis di Cairo, uno studio su alcuni prodotti, a partire dalle patate, che stabilisce che gli alimenti biologici hanno costi di produzione più bassi rispetto alle colture convenzionali se si tengono in considerazione i costi di inquinamento, emissioni CO2, energia elettrica e consumo idrico.