Il crollo della medicina sul territorio e una politica sbagliata frenano l’uscita dal tunnel

Il sistema sanitario e il sistema economico: i due poli attorno ai quali si muovono le sfide cruciali poste dall’epidemia da Covid-19. Ben oltre il nostro stare a casa, che pure è importante, ma che da solo ci pone nelle condizioni di un progressivo e drammatico impoverimento. Vivi (forse) ma poveri, sempre più poveri.

Il sistema sanitario italiano ha reagito in ritardo all’emergenza, ha mostrato i suoi eroismi (individuali) e le sue lacune (di sistema), ma mentre a livello ospedaliero, dopo un primo sbandamento, ha retto, a livello territoriale ha svelato tutta la sua terribile inadeguatezza. Se l’Italia ha avuto per settimane il tragico primato del maggior numero di morti al mondo da Covid-19 e la Germania ne ha avuti e ne ha così pochi, se l’Italia è chiusa in casa mentre in Germania si va a lavorare, se in Italia gli infettati muoiono a casa o, più spesso, arrivano in ospedale quando è ormai troppo tardi, la differenza sta nella medicina sul territorio: quella che ti dovrebbe dare il primo soccorso a casa se necessario, che ti dovrebbe fornire i primi materiali per far fronte all’emergenza, quella che non c’è. La medicina territoriale è stata ridotta in Italia, a causa di una politica sanitaria miope e sempre più priva di risorse, a un fatto burocratico, a un velo sottile, del tutto inadeguato a resistere a qualsivoglia emergenza, figuriamoci se in grado di tenere davanti allo tsunami del Coronavirus.
Il dramma ha colpito i medici stessi: 116 morti al 14 aprile. E anche per alcuni di loro non c’è stata assistenza, non c’è stato accesso all’ospedale. Così per il dottor Edoardo Valli, che prima di morire aveva scritto su facebook: “Ho la febbre da 3 giorni ma non mi fanno il tampone anche se sono un medico”. Così per il dottor Giovanni Tommasino, medico di base che ha avuto il coraggio di assistere i suoi pazienti in piena emergenza, trasferito da un ospedale all’altro per tre volte prima di morire.
Gli ambulatori dei medici di base, in quasi tutta Italia, sono rimasti per settimane senza il minimo di attrezzature, i medici stessi senza una mascherina. In Germania la medicina di base ha dato e dà invece un supporto alla prevenzione e alla prima cura dell’infezione e fa la differenza.
Ora, facendo un passetto in avanti, si può pensare che questa medicina territoriale italiana possa aiutare il Paese a entrare nella fase 2? Sì, se si è completamente privi di realismo.
La fase 2 significa varie cose ma innanzitutto una: tornare a lavorare, riaprire le aziende. Il ministero dell’Interno ha ben pensato ieri di emettere una circolare per dare il via a ispezioni della Guardia di Finanza nelle aziende rimaste aperte. I finanzieri – come spiegano i giornali di oggi, 15 aprile –  dovranno verificare la veridicità delle comunicazioni delle aziende riguardo l’inclusione nelle categorie autorizzate e l’esistenza della relazione economico-commerciale tra le attività d’impresa appartenenti alle varie filiere consentite. Giusto. Ma non è per caso che vinca, ancora una volta, una certa politica italiana (che non c’è in altri Paesi d’Europa) diffidente riguardo al ruolo sociale delle imprese?
Ieri il professor Massimo Galli, direttore del reparto malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ha detto una cosa su cui riflettere: alla fase 2 si può passare solo se si chiede alle azienda di farsi parte attiva nel reperimento dei materiali e nell’applicazione delle regole atti a permettere la ripresa delle attività produttive. Perché non si danno alle aziende incentivi per provvedere alle necessità dell’emergenza e poi si manda la GdF a controllare se le risorse derivate da quegli incentivi sono state incanalate in modo appropriato?
Sono nodi da risolvere in fretta, altrimenti non ci resta che aspettare il farmaco o meglio ancora il vaccino che risolva il problema, il che significa aspettare fino a una data imprecisata tra settembre e dicembre prossimi, forse troppo per evitare la morte dell’economia italiana, visti gli egoismi che oscurano l’Europa.

Antonio Felice