Nella stagione in cui il pericolo n.1 non è l’ambiente o la chimica ma l’uomo-untore

Arriviamo al febbraio 2020 dopo alcuni anni e forse decenni di terrore psicologico verso la chimica. Da un uso disinvolto degli anni 60-80, siamo passati ad una cauta accettazione (80-2010) e poi ad una vera fobia (2010-20). Dalle scuole primarie fino ai talk show sugli anziani che vogliono ricominciare una vita sentimentale, esisteva un unico mantra: chimica no, biologico a tutti i costi. Nell’ultimo decennio, a terrorizzarci ci si erano messi elementi e molecole, più o meno naturali, che scombussolano i nostri metabolismi: nichel, glutine, proteine di pesce, latte, soia, noci, nocciole etc (l’elenco era in continua crescita). Nasceva in quel decennio l’alimento “free” da tutto. Sugar free, gluten free, nichel free e via di seguito.
Da ultimo, tra gennaio e febbraio 2020, arriva Covid-19 e tutte le considerazioni sui contaminanti biologici, chimici e naturali diventano passato remoto perché dobbiamo passare dallo standard “esente da tutto” ad un nuovo standard, “esente da tutti”: il prodotto esente dall’uomo. Sì, proprio così. È l’uomo l’untore dell’altro uomo e quindi nessuno dei prodotti che mangio deve essere stato toccato da mano umana. Possibile? Forse no, ma certamente auspicato da molti!
Un prodotto completamente meccanizzato che viene coltivato dalle macchine, difeso dalle macchine, raccolto dalle macchine, lavorato dalle macchine e venduto dalle macchine? Che ci viene consegnato a casa da un drone e che dobbiamo pagare con una moneta digitale per non dovere scambiare il resto con qualche infetto negoziante o corriere? Lo scenario è verosimile? Oggi più di due mesi fa, quando era solo ammissibile in qualche film visionario sul futuro.
Ma forse questo non è l’unico scenario. Esiste una corrente di pensiero diversa, poco retorica (anzi proprio annoiata dalla retorica) e molto pratica, che sembra voler resistere alla tentazione dei domiciliari a vita, alimentati da un corriere che decide la nostra dieta. Una corrente giovane, che non crede molto agli standard costruiti a tavolino da terzi ma che preferisce una vita di esperienze. Si tratta di ragazzi e ragazze (non necessariamente giovani anagraficamente) che sentono la necessità di continuare a disporre di un tempo e di uno spazio per sviluppare emozioni e sapere. Cercano l’acquisto dal contadino, spesso producono i loro prodotti ma senza fare guerra radical-chic alle comodità. Vogliono assaggiare prima di comprare, sperimentare prima di credere. Persone che usano la tecnologia come un mezzo e non come un fine (di altri) e che pur rimanendo connessi non cedono il dominio del proprio mondo.
Questa linea “ribelle” non prende posizione negli schieramenti contrapposti che ormai si generano su tutti i dibattiti. Non risponde a chi gli chiede “bianco o nero? sopra o sotto? bio o convenzionale?”. Vive come una specie evoluta che non ha bisogno di un partito dentro cui nascondere la propria ignoranza. Studia, analizza e cerca ciò che reputa utile a livello personale e dei propri affetti. Sperimenta, capisce e poi condivide. Oggi non ha il megafono in mano né rappresentanze politiche. Forse si tratta dei rimasugli del pensiero umanistico di Leonardo da Vinci o più semplicemente di chi si è stancato di farsi impaurire per credere in un nuovo, l’ennesimo, modello salvifico. Forse, un’altra via.

pbeltrami@c2b4food.com