CIA: l’Agricoltura ignora i passi avanti in tema di sostenibilità

È stato presentato il 9 febbraio, in diretta streaming, lo studio svolto da Areté per conto di CIA – Agricoltori Italiani, sull’evoluzione dell’impatto ambientale dell’agricoltura in Italia negli ultimi 20 anni.

Un approfondimento che si inserisce in un contesto in cui le attività agricole, soprattutto nelle economie avanzate, sono tuttora spesso portate all’attenzione del pubblico non solo come attività primarie per il sostentamento ed il benessere delle popolazioni, ma piuttosto per il ruolo di generatrici di impatti negativi più o meno gravi, soprattutto in ambito ambientale.

È davvero questa l’agricoltura di oggi? All’occhio di chi conosce il settore, questa appare un’immagine almeno in parte distorta di ciò che l’agricoltura europea, e quella italiana in particolare, sono divenute negli anni recenti, quasi ignara dei passi enormi da essa compiuti nell’orientarsi sempre più verso pratiche rispettose delle risorse ed attente agli impatti su persone, animali, territorio ed ambiente ed al miglioramento della qualità ambientale e di vita nelle aree rurali.

Lo studio, basandosi su dati ed evidenze da statistiche ufficiali e fonti autorevoli, ha perseguito l’obiettivo di
restituire un’immagine il più possibile oggettiva del rapporto tra attività agricole e conservazione dell’ambiente e delle risorse, opponendo rigore scientifico all’approssimazione ed al sensazionalismo.

Interessante anche la presenza di diversi dati di comparazione tra le principali tendenze emerse in Italia in materia di impatti ambientali dell’agricoltura, e le analoghe tendenze in alcuni importanti Paesi “agricoli” dell’UE (Francia, Germania, Spagna, Danimarca, Paesi Bassi).

I risultati
Nel corso degli ultimi 30 anni la PAC è stata gradualmente adattata per garantire la sua sostenibilità
complessiva, anche in termini di conservazione dell’ambiente. Il pacchetto di misure con finalità ambientali
nell’ambito della PAC, e nel più generale ambito della politica UE, si è venuto via via arricchendo di nuovi
strumenti, con l’obiettivo non solo di tutelare gli ecosistemi nelle zone rurali, ma anche di contrastare il
cambiamento climatico. Le politiche nazionali – incluse quelle italiane – si sono allineate a quella UE nel
perseguimento di questi obiettivi.

In termini generali, il quadro complessivo che emerge per l’Italia in termini di evoluzione degli impatti appare decisamente positivo, anche se confrontato con l’evoluzione registrata nei cinque Paesi UE oggetto di confronto.

L’importanza delle forme di agricoltura meno impattanti sull’ambiente è andata aumentando. In termini di
superfici a bio, l’Italia segue da vicino Spagna e Francia per estensione complessiva della SAU (quasi 2 milioni di ha nel 2018), ed ha la più alta quota di SAU nazionale dedicata all’agricoltura biologica (15% nel 2018) tra i sei Paesi considerati. L’agricoltura integrata è praticata su una porzione significativa della SAU nazionale (fino al 20% nel decennio passato).

Si registra una tendenza marcata alla riduzione dell’impiego di fertilizzanti minerali, sia in termini complessivi (-54% negli ultimi 15 anni monitorati) che per ettaro di superficie coltivata (-43%), e di fitofarmaci impiegati in agricoltura convenzionale (- 22% nel periodo) e biologica.

Gli sviluppi poderosi in ambito Agritech, l’uso sempre più diffuso di dati e sistemi intelligenti a supporto delle decisioni, i grandi efficientamenti sul fronte delle macchine agricole e dei dispositivi connessi, stanno
consentendo poi negli ultimi anni un’ulteriore poderosa virata nella direzione del precision farming e
dell’ottimizzazione dei risultati produttivi a fronte di una progressiva riduzione nell’utilizzo degli input.

Due gli aspetti degni di attenzione, anche guardando al futuro. In primis quello dell’acqua, sul quale l’Italia,
penalizzata da fattori climatici, è il Paese a maggior utilizzo di acque irrigue tra quelli oggetto di analisi, ed ha la maggior quota di SAU irrigabile (33% nell’ultimo decennio), seppure con livelli di efficienza di utilizzo
complessivamente buoni.

L’altro è in realtà rappresentato dalla perdita di superfici agricole per abbandono o per cambi di destinazione (commerciale o residenziale). Sebbene il problema sia comune a tutti i Paesi UE considerati, il fenomeno appare particolarmente grave in Italia, dove il peso della SAU sul totale del territorio nazionale è passato dal 71% del 1990 al 55% del 2016.

Gli impatti ambientali negativi – il ben noto “degrado del suolo” – sono però in questo caso legati non all’esercizio dell’attività agricola, ma al contrario alla sua cessazione.

Fonte: Ufficio stampa Areté