Il Gardian solleva il problema dell’impatto ambientale delle carni bio. Facciamo il punto

Le aziende biologiche per l’allevamento di bestiame sono destinate a proliferare nel tempo: basti pensare che in una regione così piccola per numero di abitanti come la Basilicata sono più di 800 quelle registrate e garantiscono la qualità della loro carne e la tracciabilità di tutta filiera produttiva, dai prodotti per l’alimentazione degli animali allevati alle cure veterinarie senza l’utilizzo di antibiotici, dalla possibilità di far pascolare gli animali all’aperto, fino alla lavorazione della carne.

I vantaggi della filiera corta della carne per il consumatore sono la trasparenza di avere certezze sull’origine del prodotto; il rispetto dell’ambiente con la riduzione del trasporto su ruota e l’opportunità di conoscere la storia del cibo ed anche dell’animale che consuma.

Ma siamo davvero sicuri che gli allevamenti biologici abbiano un impatto meno forte sul nostro ambiente? Sembrerebbe proprio di no: “Il bestiame biologico non viene nutrito con foraggio importato e spesso è alimentato con erba, ma questo significa che produce meno carne e cresce più lentamente, e quindi passa più tempo ad emettere gas serra prima della macellazione“, spiega il quotidiano britannico The Guardian.

La carne bio quindi è più sana e sicura di quella industriale? Dai risultati degli studi riportati nel libro Organic Meat Production and Processing del 2012, non esistono studi definitivi ed esaustivi sul valore nutrizionale e organolettico delle carni biologiche rispetto a quelle convenzionali (industriali). Ciò che si evince è che le carni bio sono meno grasse, dunque meno caloriche, rispetto alle altre e che il profilo di grassi sia particolarmente benefico per la salute, avendo un alto tenore di acidi grassi insaturi e basso tenore di acidi grassi saturi. L’analisi di carni di animali allevati con metodi biologici, inoltre, ha evidenziato un maggior contenuto di grasso intramuscolare, condizione che potrebbe essere associata a un sapore migliore.

Per quanto riguarda, invece, la sicurezza bisogna innanzitutto dire che sia la carne convenzionale che la carne bio sono sottoposte a precisi regolamenti a garanzia del consumatore e situazioni non corrette si possono trovare in entrambe le tipologie di allevamento. E il discorso costi? Qualcuno spieghi al consumatore perché tra bio e allevamento industriale ci sia di più di una manciata di euro di differenza nell’acquisto del prodotto finito.

In conclusione, è importante che il consumatore, per avere garanzie e certezza su quello che sta mangiando, scelga consapevolmente e attentamente la carne che acquista affidandosi ad allevamenti controllati, certificati e rispettosi del benessere animale, ma che sia comunque consapevole del fatto che non tutto quello che è verde, corrisponde a salutare.

In diverse regioni italiane, specie del Sud, quasi a dimostrazione del fatto che il Meridione abbia sempre bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno per farsi conoscere e apprezzare dalle logiche di mercato,  è stato promosso il progetto “Filiera dimostrativa per la valorizzazione della carne da allevamenti biologici” per rendere disponibile in luoghi di consumo e canali distributivi tracciati la carne bio prodotta a livello regionale. Molto più pregnante e densa di risultati concreti in termini economici è stata la creazione negli anni dei “Mercati della Terra”, celebre quello di Bologna, nato dall’esigenza di riavvicinare i consumatori ai produttori, la tavola alla terra.

Puntando al cuore dell’Italia, in termini di posizione geografica strategica, il PIL della filiera agroalimentare nelle Marche vale 2,97 miliardi di euro, con un peso dell’8,5% sul totale del prodotto interno lordo. Gli occupati del comparto sono circa 72mila, con 43mila imprese attive (elaborazioni Nomisma Agroalimentare su base dati Istat 2019). Le Marche, inoltre, sono la regione più biologica d’Italia se si considera il numero di attività di questo comparto per milioni di abitanti.

Maria Ida Settembrino