False mele bio, coinvolto il Consorzio Ortofrutticolo Padano

Inserito il 5 ottobre, 2018 - 14:51

Mele spacciate per biologiche e utilizzate per le marmellate destinate ai bambini. Un presunto business delle finte mele bio su cui ha indagato il PM Maria Beatrice Zanotti che, come riporta il giornale L’Arena di Verona nell’edizione del 28 settembre, ha ottenuto il rinvio a giudizio di dieci imputati accusati di aver organizzato il raggiro.

Si va dalla truffa aggravata per il conseguimento di fondi pubblici, all’associazione a delinquere contro il patrimonio e il commercio, dalla frode concretizzata con la coltivazione delle mele in Romania su un terreno con falsi certificati di conformità ecologica fino al falso.

Sul banco degli imputati sono finiti vertici, amministratori, tecnici e dipendenti della Cooperativa Ortofrutticola Padana e del Consorzio Ortofrutticolo Padano con sede a San Giovanni Lupatoto (Verona) al quale sono associate 11 cooperative per un totale di 1.100 aziende sparse tra le province di Verona, Padova, Rovigo e Mantova.

In tribunale il prossimo 20 dicembre dovranno comparire Gabriele Tibaldo, direttore del Consorzio Ortofrutticolo Padano e suo figlio Andrea responsabile dello stoccaggio; il presidente dello stesso Consorzio Fausto Bertaiola e il suo vice Alberto Chinaglia, l’amministratore della società romena Agripod Giuliano Giovannini, il consigliere del Consorzio Michele De Berti e il suo responsabile amministrativo Leonardo Sordo, il consigliere della Cooperativa Ortofrutticola Padana Paolo Miotto, il tecnico del Consorzio Devis Liboni con il collega Stefano Mantoan.

Le indagini, come si legge sempre su L’Arena, partite da verifiche contabili eseguite dall’autorità giudiziaria romena dove falsi certificati di conformità di un terreno dichiarato ecologico avrebbero permesso alla romena Agripod di ottenere 210 mila euro di contributi pubblici, sono arrivate a Verona dove gli imputati, recita il capo d’accusa, ‘si sono associati al fine di compiere una serie indeterminata di truffe aggravate per ottenere erogazioni pubbliche e frodi in commercio importando dalla Romania mele convenzionali per poi rivenderle spacciandole per biologiche’ oppure ‘offrendo sul mercato mele certificate col marchio QV- Qualità Verificata’, che in realtà non lo erano, dunque ‘immettendo in commercio prodotti difformi da quelli dichiarati e contenenti residui chimici in quantità superiori a quelle consentite’.

La truffa, stando alla Procura, avrebbe reso al Consorzio milioni e milioni: ‘il gruppo criminale ha venduto sul mercato italiano diverse partite di mele spacciate come biologiche per un totale di 2.324 tonnellate apparentemente acquistate dalla romena Agripod’. In più, 'ha consegnato a Ve.Ba cooperativa 14 carichi di prodotto risultato convenzionale per altre 313 tonnellate’. La Ve.Ba, con sede a Ferrara, s’è costituita parte lesa insieme alla Zuegg Spa.

Da parte sua la Zuegg in una nota precisa: 'Ogni fornitura destinata a Zuegg per la produzione di prodotti finiti o semilavorati subisce approfonditi e stringenti controlli di laboratorio volti a verificare la qualità e conformità delle materie prime rispetto ai parametri indicati dal fornitore. L’azienda ribadisce, infine, che per Zuegg garantire la qualità e genuinità delle forniture e dei prodotti è una priorità che non prevede deroghe o compromessi. Un patto di fiducia con tutti i clienti e consumatori che, quotidianamente, gustano i prodotti di un Gruppo Italiano che, dal 1890, porta sulle tavole di milioni di persone il risultato del lavoro, serietà e passione dei dipendenti e collaboratori Zuegg’.

Sul caso non è mancata la reazione della stesso Consorzio Ortofrutticolo Padano: ‘Confidando con fiducia nell’operato della Magistratura e certi che verrà dimostrata l’estraneità degli indagati alle ipotesi contestate’, si legge in una nota dell’azienda, 'il Consorzio Ortofrutticolo Padano e la Cooperativa Ortofrutticola Padana ritengono però doveroso salvaguardare la qualità, la correttezza ed il valore del lavoro da sempre svolto, per conto di tutte le società - oltre 1.100 aziende agricole - del Consorzio Ortofrutticolo Padano, che hanno sempre operato nel pieno rispetto delle normative vigenti costruendosi una credibilità ed onorabilità evidenziata dalla sua storia e dallo sviluppo, creati in oltre vent’anni di serio e trasparente operato movimentando oltre 70 mila tonnellate di prodotto all’anno’.

Entrando più nello specifico, il gruppo scaligero spiega tra l’altro che ‘i presunti fatti sono stati imputati ad una soltanto delle 1.100 società agricole socie. La società agricola estera (rumena) ha potuto associarsi solo dopo aver ottemperato e certificato le procedure per produrre biologico. Il trasferimento del prodotto è stato reale e certificato, con tutta la relativa documentazione della tracciabilità della merce. Non sono stati trasmessi certificati non coerenti con i prodotti conferiti e/o venduti. Mai sono stati conferiti e venduti prodotti non coerenti con la loro definizione e certificazione. Nel corso di tutta l’indagine non è mai stato eseguito presso il Consorzio Ortofrutticolo Padano e la Cooperativa Ortofrutticola Padana, ovvero presso gli stabilimenti dei loro clienti, alcun sequestro di mele o di altri prodotti alimentari che potessero essere sospettati come non conformi alle specifiche comunitarie, né tantomeno di prodotti anche solo potenzialmente dannosi per la salute dei consumatori. Le aziende che hanno acquistato prodotti dal Consorzio Ortofrutticolo Padano non hanno mai rilevato la presenza di sostanze che potessero creare un danno per la salute dei consumatori o contestato la sussistenza di prodotti chimici superiori a quanto previsto per legge. Per tale ragione infatti dette aziende non hanno ritenuto necessario costituirsi parte civile’.

Nella nota aziendale si legge inoltre: ‘I prodotti biologici e Q.V. richiedono la tracciabilità del prodotto e idonee certificazioni, in quanto legati alla territorialità. I prodotti QV non sono però biologici, definizione che richiede protocolli diversi sia per la coltivazione che il conferimento, con certificazioni differenti. Il residuo zero o baby fruit non è una versione del prodotto biologico né del prodotto convenzionale, è una produzione con residui al di sotto di quanto prevede la normativa per un prodotto convenzionale, soggetto ad un regime assolutamente specifico e differenziato di controllo e nel caso in oggetto è quanto meno azzardato presupporre che anche questo prodotto sia coinvolto’.

'Non è nemmeno ipotizzabile l’eventualità di fornire prodotti non conformi - concludono al Consorzio - in quanto ad ogni passaggio di merce corrisponde una analisi chimica sul prodotto che rileva qualsiasi anomalia, che comporterebbe la non utilizzazione dello stesso nel processo produttivo. Questo anche in ragione del fatto che la gran parte dei prodotti finiti vengono venduti all’estero dove insiste una particolare ancor maggiore attenzione e sensibilità nei confronti del prodotto biologico’.

La giustizia farà il suo corso. Staremo a vedere.