Esselunga: Caprottinon sembra più tanto intenzionato a vendere, il prezzo che potrebbe spuntare oggi non è così interessante.
Un’indagine della Kmpg Corporate Finance, secondo advisor del mercato M&A italiano, mostra un 2004 "ai minimi termini", con operazioni scese sia nel numero (350 contro le 400 del 2003) che nel controvalore (96 miliardi di euro contro i 135 dell’anno precedente).
Il che fa concludere alla società che "nel 2004 il mercato italiano è rimasto al palo rispetto a un trend globale di ripresa delle fusioni e acquisizioni trainato soprattutto dai megamerge negli Stati Uniti".
Secondo la ricerca di Kpmg, nei processi di fusioni e acquisizioni un ruolo sempre più importante viene svolto in Italia dagli operatori di private equity, che rappresentano ormai il 10 per cento del mercato complessivo.
"I private equity si legge nel documento sempre più costituiscono un’alternativa alla Borsa: è il caso sia di imprenditori che trovano più conveniente vendere le proprie aziende a private equity (è il caso, ad esempio di Teamsystem, Fiorucci e Limoni, acquisite da operatori di questo tipo con progetti di Ipo in corso), sia di operazioni di delisting di società poi cedute a investitori istituzionali (Saeco, acquisita dal Fondo Pai, e Grandi Navi Veloci, acquisita dal Fondo Permira)".
L’M&A è per l’imprenditoria italiana un’occasione di crescita.
«Ma occorre cambiare l’atteggiamento di fondo dice Maximilian Fiani, partner e neo responsabile Kpmg Corporate Finance che ha visto negli ultimi anni l’imprenditoria ripiegare su se stessa, frenata dall’incertezza e dalla paura d’investire».
Negli ultimi cinque anni, ben 600 aziende italiane sono state prede di operatori stranieri.
Per il 2005, Kpmg prevede una ripresa dell’M&A nel settore bancario, in quello delle Tlc e It, nell’Energia e nella grande distribuzione.
«Per le banche spiega Fiani sarebbe opportuni altri accorpamenti, ad esempio tra Capitalia e Antonveneta e BnlMps o tra Intesa e Capitalia; sarebbe interessante anche UnicreditSanPaolo. Vedo comunque bene la costituzione di 34 grandi player italiani in grado di svolgere un ruolo attivo in Europa».
Sulle multiutilities, che è un settore strategico, «è indispensabile procedere rapidamente ad accorpamenti. Qualcosa dovrebbe accadere negli aeroporti, con la Sea. Sulla grande distribuzione Esselunga dovrebbe trovare un acquirente, in un mercato italiano ormai dominato dagli stranieri».
Telecom Italia, infine, sembra pronta per un’importante acquisizione all’estero, mentre si attende una soluzione per Wind. Ma anche Tiscali, Albacom e I.Net potrebbero essere coinvolte in operazioni di finanza straordinaria.
Il 2004 ha portato il primo stop alla crescita e la crisi blocca le mire straniere sull’Italia
Tutto è fermo e tutto tace, almeno in apparenza, nel mondo della Gdo (la Grande Distribuzione Organizzata) italiana.
Poche parole nei corridoi delle aziende, ma tanti numeri.
E sono numeri che si commentano da soli: quando gli indici iniziano ad andare in negativo c’è davvero poco da dire.
Meglio rimboccarsi le maniche e cercare di trovare una soluzione alla crisi, se una soluzione davvero esiste.
La contrazione dei consumi (anche e soprattutto nel settore alimentare) ha fatto riporre nel cassetto i piani di fusioni e vendite di molte aziende della Gdo di casa nostra: perché fondersi (e tantomeno vendere) quando i bilanci iniziano a stentare?
Il sistema Italia resta così bloccato, con la Coop sempre in testa nella classifica con una quota di mercato del 17,7% pari a 11,4 miliardi di euro di fatturato, seguita dall’altro grande movimento cooperativo italiano, Conad che, dopo aver siglato l’alleanza con i tedeschi di Rewe, è balzato dal 9,4% al 10,6%.
Ma la classifica italiana conta ben poco se la si rapporta ai volumi europei.
Allora si scopre che Coop è solo al 34esimo posto e che fattura solo un quinto del decimo classificato.
Una realtà dei numeri che porta a un solo sbocco: prima o poi il sistema Italia così concepito è destinato a finire con l’ingresso massiccio delle grandi catene estere (che già ci sono, ma ancora non incidono in maniera pesante soprattutto grazie al peso di Coop).
O, a essere ottimisti, con alleanze sempre più strette a livello europeo che, però, inevitabilmente, porteranno a un ridimensionamento del potere contrattuale italiano con una logica ripercussione anche sul mondo dei produttori.
Il vero nodo del contendere, infatti, si chiama "centrale d’acquisto", il braccio armato delle aziende della Gdo che tratta i prezzi con i produttori.
Più il gruppo è forte, più la centrale d’acquisto può influenzare la dinamica dei prezzi.
Quale potere contrattuale può avere la Coop nei confronti di Wal Mart che, da sola, mette insieme il fatturato di tutto il sistema Italia?
Può sfidare forse Carrefour, che è presente in 70 paesi ed è il secondo operatore al mondo, in una trattativa sull’acquisto di carni o di acciughe? Le decisioni sui nostri stili di vita a tavola, su che cosa consumeremo, saranno sempre più prese a New York o a Parigi, piuttosto che a Roma o Milano.
«La strada è segnata spiega Albino Russo, responsabile Commercio & Consumi di Nomisma I consumatori italiani, in questa crisi, stanno iniziando a risparmiare sul cibo per fare posto ad altri consumi ritenuti, oggi, essenziali: dal telefonino alla pay tv. E se Carrefour decide di comprare e vendere anche in Italia carne francese con prezzi più bassi del 10%, stiamo tranquilli che, per la parte di clienti a basso reddito, questa sarà alla lunga la scelta vincente».
La globalizzazione del mercato non fa sconti: il produttore che offre il prezzo più basso nelle grandi quantità è destinato a fare fortuna, gli altri a ridimensionarsi in una nicchia, quando non a fallire.
E il mercato, nonostante la calma apparente di questo inizio anno, dovrà fare in fretta a trovare una soluzione perché la crisi si sta facendo stringente: i dati Istat dicono che i consumi nel 2004 sono calati dello 0,4%.
Era dal 1995 che non si registrava un dato negativo che, sempre secondo l’Istat, per ora colpisce solo i piccoli dettaglianti mentre la Gdo registra ancora segnali positivi.
Ma è un dato falsato dall’esione delle grandi catene a danno dei piccoli commercianti, soprattutto nel Sud Italia. I manager del settore fanno invece i conti, quelli veri, a "rete omogenea": guardano cioè le variazioni (mensili, annuali) di ogni punto vendita, non considerando le nuove acquisizioni.
E qui i numeri, soprattutto nel Nord Italia, fanno davvero paura: se nel 2003 la crescita (che fino all’anno prima era sempre stata di 7/8 punti in percentuale) si era praticamente fermata, nel 2004 ha dato il primo segno negativo.
In uno scenario così le grandi catene straniere non possono che fare più paura.
A poco sono valsi finora i tentativi di creare centrali d’acquisto europee, con alleanze tra gruppi nazionali di mediogrande dimensione: finora non sono decollate come era nei progetti.
Coop sta tentando la strada di alleanze con le altre cooperative di consumatori europei, che però non sono così forti da spostare il mercato.
Più significativo sembrerebbe il tentativo di Conad che, prima con LeClerc e poi con Rewe sta muovendo passi decisi per un’alleanza europea tra i grandi consorzi di dettaglianti.
Ma in Italia la battaglia decisiva si combatte sempre intorno a Esselunga, l’azienda della famiglia Caprotti che, con il suo 8,4% di quota di mercato e la sua significativa presenza nel Nord, è un vero e proprio ago della bilancia.
Coop sta tentando in tutti i modi di comprare lo storico marchio per evitare che finisca in mani straniere, soprattutto in quelle di Wal Mart, trasformandosi in un vero e proprio cavallo di Troia ai danni della Gdo italiana.
Ma Bernardo Caprotti, fondatore tornato a essere non solo padre ma anche padrone del gruppo ai primi accenni di difficoltà, ora non sembra più tanto intenzionato a vendere.
Il prezzo che potrebbe spuntare oggi, a crisi conclamata, non è così interessante.
E anche gli stranieri cominciano ad avere qualche problemino, tanto che Carrefour, all’inizio di febbraio, ha messo alla porta l’amministratore delegato Daniel Bernard, che per dodici anni aveva guidato la scalata del gigante francese ai vertici del mercato internazionale.
Gli azionisti gli hanno rimproverato cinque anni di risultati non proprio brillanti che hanno quasi dimezzato il valore delle azioni.
Il mal comune europeo, dunque, dà un po’ di respiro alla Gdo italiana: ma fino a quando potrà durare?
Repubblica, 28 febbraio 2005



