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MOSCA APPROVA IL PROTOCOLLO DI KYOTO PDF Stampa E-mail
Thursday 30 September 2004
Il governo russo ha approvato il protocollo sui cambiamenti climatici e la limitazione dei gas serra e lo ha gia' trasmesso al Parlamento per la ratifica: lo riferisce l'agenzia Interfax.
Il governo russo ha approvato il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici e la limitazione dei gas serra e lo ha gia' trasmesso al Parlamento per la necessaria ratifica: lo ha riferito l'agenzia di stampa Interfax.
La ratifica della Russia, che negli anni scorsi ha piu' volte cambiato posizione sull'adesione al Protocollo, permettera' l'entrata in vigore del trattato approvato a Kyoto in Giappone nel 1997, condizionata all'adesione di almeno 55 paesi rappresentanti il 55% delle emissioni di biossido di carbonio (Co2) dei paesi industrializzati (le emissioni russe raggiungono quota 17,4%).
Nel maggio scorso il presidente russo Vladimir Putin aveva annunciato il suo si' all'adesione, anche se l'opposizione vede nel Protocollo un ostacolo alla crescita economica della Russia.
Appena due mesi dopo il suo insediamento, nel marzo del 2001, l'amministrazione Bush aveva ritirato la propria adesione al Trattato, rovesciando la precedente decisione del presidente Bill Clinton.
Il Protocollo di Kyoto, redatto e approvato nel corso della Convenzione Quadro sui Cambiamenti climatici tenutasi in Giappone nel 1997, impegna i paesi aderenti a ridurre le emissioni di gas serra (quali anidride carbonica, gas metano, protossido di azoto, esafloruro di zolfo, idrofluorocarburi e perfluorocarburi), che secondo molti scienziati sarebbero all'origine dei cambiamenti di clima sulla terra.

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KYOTO: ITALIA VARA PACCHETTO SALVA-CLIMA DA 85 MLN

(ANSA) - ROMA - Via libera alla cura Kyoto per il clima del pianeta. Il si' della Russia, tanto storico quanto atteso, apre scenari anti-emissioni nei quali per la prima volta si punta il dito sulle scelte economiche.
L'Italia prevede un pacchetto-salva clima da 85 milioni di euro, pari a circa un quinto delle risorse destinate agli investimenti del ministero dell'Ambiente e della Tutela del territorio dalla Finanziaria 2005.
Milioni che andranno a finanziare le azioni necessarie per tener fede agli obiettivi di riduzione dei gas serra previsti dal Protocollo di Kyoto.
''Questo dimostra l'impegno senza sosta del ministero - ha detto il ministro Altero Matteoli - per ridurre le emissioni dannose per il clima. Un lavoro continuativo che mette in atto progetti e programmi ad hoc anche innovativi come quello dell' idrogeno''.
In termini generali Kyoto prevede una riduzione media del 5,2% delle emissioni per i principali paesi industralizzati. In base all'accordo gli obiettivi di riduzione per i gas a effetto serra sono stati indicati in misura dell'8% per l'Ue, del 7% per gli Usa e del 6% per il Giappone.
Tali livelli di riduzione devono essere raggiunti nel periodo 2008-2012, avendo come base i livelli di emissione rilevati del 1990. Per l'Italia l'obiettivo e' una riduzione del 6,5%, da 521 milioni di tonnellate di gas serra prodotte nel '90 a 487.
Ma raggiungere l'obiettivo Kyoto, ha sottolineato Matteoli, ''non significa proibire ma fornire strumenti di mercato'' per mettere in moto un sistema ''di scambi e investimenti'' tutti orientati alla riduzione dei gas nemici del clima.
Due quindi i piani d'azione: ''Uno dentro i confini nazionali e l'altro - ha sottolineato Matteoli - sullo scacchiere internazionale''. Secondo il piano d'azione predisposto dal Ministero dell' Ambiente, a livello nazionale si lavorera' sulle cosiddette centrali fai da te (su questo progetto gia' sono stati investiti 20 milioni di euro nel 2004) che, se se usate su larga scala potrebbero, evitare 8-10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2; su progetti di forestazione nazionale per aumentare la capacita' di assorbimento del carbonio, il rafforzamento della linea di lavoro sull'idrogeno e sulle energie alternative (accanto agli stanziamenti del ministero dell'Ambiente ci sono anche 92 milioni di euro stanziati dal Fondo integrativo speciale per la Ricerca).
Nel pacchetto anche l'incremento del ''trust fund'' presso la Banca mondiale per l'acquisto dei crediti di carbonio e di emissioni di CO2. L'Italia ha anche ufficializzato il Piano nazionale di assegnazione delle emissioni di gas serra previsto dal protocollo di Kyoto per tutti i Paesi che hanno ratificato il trattato, in vigore dal primo gennaio 2005.
Piano che predispone le modalita' di contenimento delle emissioni per arrivare al traguardo del -6,5%. Il piano prevede l'assegnazione di un totale di oltre 722 mln di tonnellate nel triennio 2005-2007, attraverso un' allocazione annuale: 239,96 mln di tonnellate di CO2 equivalenti per il primo anno, 240,57 per il secondo e 241,64 per il terzo.
Si tratta di un calcolo frutto della somma delle allocazioni di quote ai singoli settori e ottenute applicando alle emissioni di CO2 dell'anno 2000, i tassi di incremento settoriale previsti al 2010, coerentemente con quanto stabilito dal Piano nazionale per la riduzione delle emissioni.
Le emissioni di CO2 previste al 2010 per i settori regolati dalla direttiva sono pari a 258 milioni di tonnellate.
Il Piano Nazionale di assegnazione prende come anno di riferimento il 2000 e propone una previsione totale provvisoria al 2010 e un calcolo dell'allocazione delle quote per il periodo 2005-2007.

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«La scelta russa? Sgambetto alla rielezione di Bush»

«L’adesione della Russia al protocollo di Kyoto è una notizia importante: fa scattare i meccanismi di funzionamento del trattato per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, inclusi i meccanismi di compensazione economica. Ma prima di gioire aspettiamo la ratifica definitiva della Duma».
Per Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia e conoscitore dei meccansimi di compensazione economica previsti dal trattato, l’ingresso della Russia «finalmente farà scattare quei piani collaterali che renderanno più facile per i paesi raggiungere gli obiettivi. Anche per gli Usa sarà difficile restarne fuori».

Cosa accadrà dopo la ratifica del Parlamento russo?
«Il trattato diventerà vincolante per i paesi che hanno deciso di sottoscrivere l’accordo ed entreranno in vigore una serie di meccansimi collaterali che serviranno a compensare i tagli alle emissioni effettuati dai singoli paesi».

Di cosa si tratta?
«Parlo dei vari programmi di compensazione, come, per esempio, i Clean development mechanism. In pratica, i paesi virtuosi che riusciranno a risparmiare sulla loro quota di emissioni o finanzieranno progetti nel Terzo mondo sulla base di tecnologie a zero emissioni di anidride carbonica - come centrali eoliche o solari - guadagneranno dei crediti che potranno a loro volta scambiare sul mercato. Secondo alcune stime della Banca mondiale, il valore complessivo di questi scambi dovrebbe essere sugli 80 miliardi di dollari. Non è cifra da poco».

Eppure c'è chi dice che i costi del trattato saranno elevatissimi...
«È chiaro che se dobbiamo considerare solo i costi derivanti dal taglio al consumo di combustibili fossili, il saldo sembra essere negativo. Ma, sull'altro piatto della bilancia, dobbiamo mettere i costi derivanti da alluvioni, inondazioni o da altri fenomeni sempre più frequenti innescati dal riscaldamento del pianeta».

Cosa faranno gli Stati Uniti?
«Se il trattato dovesse entrare in funzione davvero, credo che anche per loro sarà difficile restarne fuori. Bisognerà vedere ora come si intrecceranno i tempi della ratifica da parte della Duma con il voto per la Casa Bianca. La decisione di Putin potrebbe essere uno sgambetto a Bush nella corsa alla sua rielezione».

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L’ultima telefonata di Prodi convince Putin

Il 21 settembre il colloquio che sblocca il Cremlino dopo anni di insistenze da quasi tutta l’Europa «Mi piacerebbe vederti portare il trattato alla Duma»

BRUXELLES - «Vorrei chiederti ancora una cosa. Forse è l’ultima volta che ti chiamo da Bruxelles, come sai sto per finire il mio mandato».
E’ martedì 21 settembre. Romano Prodi è nel suo ufficio di presidente della Commissione europea. Da quasi mezz’ora è al telefono con il presidente russo, Vladimir Putin.
«Prima di andarmene da qui - dice Prodi - mi piacerebbe vederti portare il Protocollo di Kyoto alla Duma. Sarebbe un fatto molto importante per tutti. Per noi, come per voi».
Ancora una volta Prodi tenta di convincere il presidente russo a ratificare l’accordo sulla limitazione dei gas serra. Da più di tre anni, ormai, Bruxelles martella Mosca.
Nei raccoglitori della Commissione sono archiviate decine di lettere, sollecitazioni «a ratificare Kyoto» inviate da Margot Wallstrom (Ambiente), piuttosto che da Chris Patten (Relazioni Esterne), Pascal Lamy (Commercio estero), Gunther Verheugen (Allargamento).
Senza contare i messaggi inviati da Prodi a Putin.
Ma questa volta, dall’altro capo del filo, il leader russo non si rifugia in frasi di circostanza: «Guarda Romano che ci sto lavorando, capisco l’importanza che ha per voi la nostra ratifica (decisiva per l’entrata in vigore del Protocollo, ndr
),ma dobbiamo fare ancora delle verifiche sui costi».
Piccola pausa, poi Putin riprende: «Comunque spero di darti buone notizie a breve, conto di andare alla Duma verso la metà di ottobre».
Se non è un sì pieno, poco ci manca.
Così ieri, quando da Mosca si diffonde la notizia che effettivamente la Russia si prepara a ratificare il Protocollo di Kyoto, Prodi fa diffondere una dichiarazione scritta, in cui richiama in una riga quella telefonata, esprime «favore e soddisfazione», ma, soprattutto, elogia Putin «per il suo impegno e il suo senso di responsabilità».
A Bruxelles il merito della decisione di Putin è stato largamente attribuito a Prodi.
«Senza la sua determinazione, la Russia non si sarebbe mossa», ha dichiarato, per esempio, Monica Frassoni, co-presidente dei Verdi. «Lui sarà il primo con cui brinderò, quando stapperemo lo champagne, dopo il voto della Duma», ha aggiunto la svedese Wallstrom, commissaria all’Ambiente e dal primo novembre vice presidente per le Strategie di comunicazione nella Commissione di Josè Manuel Durao Barroso.
Ma è chiaro che l’azione di Prodi è stata accompagnata dagli sforzi di diversi governi europei. In particolare il blocco nordico, cioè Svezia, Danimarca e Finlandia ha sempre incalzato i russi.
Un po’ più per linee esterne si sono mossi il premier britannico Tony Blair e il cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Il governo italiano, invece, è rimasto più freddo, così come la Spagna prima del marzo 2004, sotto la guida di Josè Maria Aznar: a Roma e Madrid si considerava ormai persa la partita con Mosca.
Tanto che Loyola de Palacio (Commissaria per energia e trasporti) aveva più volte invitato gli europei a studiare una sorta di «piano B», dando per scontato che non si sarebbe arrivati a raggiungere la quota del 55% dei consensi (calcolata sulla base delle emissioni inquinanti) necessaria per dare attuazione a Kyoto.
Ma negli ultimi mesi qualcosa è cambiato.
Dopo la strage di Beslan e la riforma dello Stato in chiave centralista, Putin ha rischiato un corto circuito diplomatico, nello stesso momento, con gli Stati Uniti, con l’Unione europea, con i piccoli Paesi confinanti con la Cecenia. Troppo anche per l’Orso russo.
Negli ambienti diplomatici di Bruxelles si è cominciato a ragionare più o meno in questi termini: dobbiamo fare qualcosa per riagganciare la Russia, non possiamo permetterci una stagione di «incomunicabilità» con un vicino così importante per gli equilibri mondiali, per la lotta al terrorismo e, non ultimo, fondamentale per gli approvvigionamenti di energia dell’Ue.
Pochi giorni prima della telefonata, Prodi era stato in «missione» nella cintura del Caucaso, ai confini della Russia. Il presidente della Commissione aveva riportato a Putin l’allarme di Miheil Saakashvili, leader della Georgia («I russi ci vogliono bombardare») e le preoccupazioni di Ilham Aliev, numero uno dell’Azerbaijan («Mosca è imprevedibile»).
Un modo per dire: attento Putin, così vi isolate. Nello stesso tempo una delle premesse per arrivare a stringere sul dossier, forse più vicino a soluzione.
«Vorrei chiederti un’ultima cosa», dice Prodi.
E il protocollo di Kyoto ora è sui banchi della Duma, il parlamento di Mosca.

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Industrie, consumi, riforestazione Ecco le sfide delle nazioni virtuose

Azioni domestiche e meccanismi flessibili.
Sono questi i due modi previsti dal protocollo di Kyoto per ridurre i gas che riscaldano l’atmosfera.
Le azioni domestiche sono gli interventi per rendere più efficienti gli impianti energetici e industriali, limitare i consumi di idrocarburi, promuovere le energie rinnovabili, migliorare le pratiche agricole e zootecniche.
I meccanismi flessibili sono considerati una scappatoia per porre rimedio all’impossibilità (o all’incapacità) di agire sul fronte domestico.
Comprendono la compravendita di quote di anidride carbonica equivalente (vende chi ha ridotto più del dovuto, compra chi non ce l’ha fatta), la realizzazione di impianti ecologici nei Paesi Terzi, le piantumazioni di alberi ad alto assorbimento di anidride carbonica.
Prima si pensava di effettuare metà delle riduzioni con azioni domestiche e l’altra metà con i meccanismi.
Dopo l’uscita degli Stati Uniti e i tentennamenti di altri Paesi, il vincolo è caduto.
Ora quasi tutti puntano a privilegiare le scappatoie offerte dai meccanismi nella speranza di risparmiare.
Dal punto di vista della fisica dell’atmosfera è indifferente, poiché quel che conta è il risultato globale di riduzione delle emissioni.
Ma, alla lunga, solo le trasformazioni ecologiche dei sistemi produttivi assicurano la salute del pianeta.

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In Italia il 7% di emissioni in più Il ministro: ma possiamo farcela

Italia-Kyoto. Sembra una partita da giocare ai tempi supplementari.
Nel 1997, quando aderimmo al Protocollo, ci impegnammo a ridurre le emissioni dei gas serra del 6,5%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2012.
Nel frattempo le nostre emissioni sono cresciute più del 7%. Ora dovremo ridurre del 14%.
Sarà possibile?
«L’incertezza della ratifica ha pesato - ammette il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli -. Io stesso avevo detto che, uscita l’America e con la Russia in bilico, l’Europa non avrebbe potuto farsi carico di tutto l’onere, anche perché le nostre industrie si sarebbero trovate in difficoltà. La situazione si è sbloccata. Possiamo recuperare terreno, puntando soprattutto sui meccanismi flessibili».

I meccanismi sono le realizzazioni di impianti ecologici nei Paesi in via di sviluppo, le riforestazioni, i commerci delle quote di emissione.
«Se scaliamo dalla nostra quota i crediti accumulabili con queste azioni, già avviate - aggiunge il direttore generale del ministero dell’Ambiente Corrado Clini - rispetteremo gli impegni assunti».
Ma l’ottimismo del governo non convince gli ambientalisti: «Il piano nazionale sulle quote di emissione prevede un ampio superamento dei limiti nel settore termoelettrico - sostiene Alberto Fiorillo di Legambiente -. E’ inaccettabile rinunciare a interventi nazionali e poi acquistare crediti all’estero».


Adnkronos, 30 settembre 2004
Ansa, 30 settembre 2004
Il mattino, 1 ottobre 2004
Corriere della sera, 1 ottobre 2004

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