Dal 2002 in forte calo le aziende agricole bresciane che hanno deciso di coltivare senza pesticidi e concimi chimici. Gli agricoltori: «Battaglia persa: tutti ne parlano ma non c’è convenienza»
L’agricoltura biologica nel Bresciano rischia di seguire il destino tipico delle utopie: un precoce e amaro tramonto. I costi sono eccessivi, i campi non danno resa, il mercato non risponde come si sperava: forse era davvero un’utopia illudersi che i prodotti agroalimentari «bio», ottenuti senza concimi chimici e pesticidi, avrebbero incontrato il favore di consumatori attenti alla qualità, alla salute, all’«ecologicamente corretto». E che questo sarebbe bastato per prosperare in campagna senza inquinare la terra e l’acqua con la «benedizione» delle istituzioni.
Invece le cifre dicono ben altro: le aziende agricole di impostazione biologica in provincia di Brescia stanno diminuendo a vista d’occhio, i produttori si danno per vinti e tornano al «chimico». I coltivatori «bio» in provincia di Brescia erano 195 nel 2001, ma sono già scesi a137. Nello stesso periodo sono calate anche le superfici dedicate: da 805 a 550 ettari. Dunque non solo non c’è stato un decollo del settore, ma addirittura ne è da tempo iniziato l’arretramento.
Le cause: il costo eccessivo dei concimi e degli insetticidi naturali (più cari di quelli chimici), la bassa resa dei campi senza il «doping» dei fertilizzanti industriali(rendono per ettaro un 25% in meno di raccolto), lo scarso sostegno istituzionale a livello di fisco e di incentivi. Tutto questo per buona pace dell’ambiente, della salute e dei coltivatori che «ci avevano creduto».

Agricoltura biologica addio?
Dal 2002 sono in forte calo le aziende agricole bresciane che hanno deciso di coltivare le loro terre senza l’utilizzo di pesticidi e concimi di derivazione chimica.
Se nel 2001 erano 195 le aziende produttrici di prodotti «bio», alla fine del 2003 erano solamente 137, mentre rimane sostanzialmente invariato il numero delle aziende preparatrici che lavorano, confezionano e distribuiscono sul mercato i prodotti.
Il perchè di questo calo?
Un mercato che non ripaga adeguatamente i produttori (a differenza di altri Paesi della Comunità Europea, Germania in primis) e contributi comunitari sostanzialmente simili a quelli destinati all’agricoltura tradizionale che non incentivano il salto al biologico, dove i costi degli insetticidi di origine naturale sono più sostenuti e dove la produzione di seminativo per ettaro è inferiore del 25%.
Così, al 31 dicembre 2003, la superficie agricola coltivata nella nostra provincia secondo i «crismi biologici» era scesa a 550 ettari (805 ettari nel 2001), non coprendo nemmeno l’1 per cento dell’intera superficie agricola provinciale .
In calo, rispetto al 2002, anche i terreni in conversione (i disciplinari impongono 3 anni di «riposo» alla terra forzata da concimi e pesticidi) che sono passati dai 1121 ettari ai 478 dello scorso anno.
«Quella del biologico è una battaglia persa - spiega il signor Bertocchi della azienda agricola Ronchi di Castelletto di Leno. Tutti ne parlano, ma non è conveniente dal punto di vista economico: si fa troppa fatica a collocare il prodotto perchè il mercato non lo richiede; i contributi Cee sono troppo bassi e non sopperiscono gli alti costi; si fa fatica addirittura a trovare le sementi biologiche e non è cosa da poco. La "genetica" è in mano delle multinazionali americane, in Italia nessuno più seleziona sementi biologiche».
I campi «bio» danno rese inferiori del 20-30% rispetto ai terreni concimati con azoto tradizionale e trattati con pesticidi chimici.
I disciplinari imposti dalla normativa Cee 2092 del 1991 prevedono l’utilizzo di insetticidi di origine vegetale (l’estratto di crisantemo, il piretro, l’olio di neem) notoriamente più costosi, e concimi a base di sali di potassio i cui costi sono sostanzialmente simili ai concimi tradizionali.
«Tre anni fa la graduatoria per l’ottenimento dei contributi Cee - spiega Andrea Beschi, tecnico agronomo dell’associazione per l’agricoltura biologica "La Buona Terra" di Lonato - agevolava la produzione integrata; ovvero un "mix" di agricoltura biologica e tradizionale. Ora le cose non stanno più così».
Ferma al palo anche la zootecnia biologica, che nella nostra provincia conta solamente 3 allevamenti (1 di bovini da latte, 1 di suini e bovini da carne e 1 di galline ovaiole).
Va però ricordato che solo recentemente la zootecnia biologica ha avuto un riconoscimento normativo da parte dell’Unione Europea: la certificazione e la notificazione delle aziende «bio» è di fatto possibile solo dal 2001.
Certo è che è difficile vivere di «biologico»; la dimensione media di una azienda «bio» bresciana è di 5 ettari; «va bene a qualche agricoltore che si è organizzato con la vendita diretta in azienda» aggiunge Beschi, aziende che magari si trovano in località turistiche.
Altra soluzione potrebbe essere quella di «fare cartello», spiega Domenico Ferrari, proprietario di pochi piò coltivati a colza tra Longhena e Brandico e affiliato all’associazione "Natura Assistenza di Pavia": «se diversi piccoli produttori si uniscono, possono piazzare ad un buon prezzo il loro prodotto all’estero».
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IL CONSORZIO BIOLOGICO PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE SCRIVE A "BRESCIAOGGI"Nell’articolo “L’agricoltura biologica è già in crisi” sull’edizione del 30 giugno, Bresciaoggi canta il de profundis per quella che Gianni Alemanno, ministro delle politiche agricole e forestali definisce
“una delle punte di diamante della produzione agricola e del patrimonio enogastronomico italiano".
Non più tardi del 30 gennaio scorso, il giornale riportava le dichiarazioni di Silvano Brescianini (Barone Pizzini, 400.000 bottiglie di eccellenti bollicine biologiche):
"Non siamo fondamentalisti ecologici o utopisti. La scelta del biologico è una conseguenza obbligata della nostra ricerca costante della qualità. Lo facciamo perché i vini sono migliori”.
In precedenza aveva dato notizia del successo nei supermercati britannici di yogurt, formaggi e succhi di frutta prodotti dalla Centrale del Latte, per la quale il biologico vale intorno al 15% del fatturato complessivo, come di notevoli performance di altre aziende bresciane impegnate nella produzione biologica.
I dati che l’articolo presenta non sono inesatti, a essere inesatta è però l’analisi che ne viene fatta.
Secondo i dati ufficiali del Ministero delle politiche agricole, nel 2001 erano sottoposte ai controlli imposti dalla specifica normativa comunitaria 1.402 aziende lombarde (tra agricoltori e imprese di trasformazione), che nel 2002 sono passate a 1.490, con un incremento del 6,2%.
Anche limitandosi alle sole aziende agricole, si registra un lieve incremento: da 1.023 sono passate a 1.037. Aumentano anche gli importatori iscritti nell’apposito elenco ministeriale (da 23 a 32).
Quello che si può dire, in sostanza, è che se la produzione biologica bresciana cala è in assoluta controtendenza rispetto all’andamento regionale.
Naturalmente, non per questo è un dato positivo, anche alla luce del recentissimo
“Piano d’azione europeo per l’agricoltura biologica e gli alimenti biologici” (21 azioni per promuovere e sostenere il settore).
Nel documento la Commissione europea dichiara testualmente:
“Lo sfruttamento dei terreni agricoli secondo i principi dell’agricoltura biologica apporta, come è risaputo, benefici alla collettività, soprattutto dal punto di vista ambientale, ma anche ai fini dello sviluppo rurale e, per certi versi, può anche migliorare il benessere degli animali. Considerato sotto quest’aspetto, lo sviluppo dell’agricoltura biologica dovrebbe essere incentivato dalla società”.
Se non ci sono dubbi sull’importanza dell’agricoltura biologica dal punto di vista ambientale, ce ne sono pochi anche dal punto di vista strettamente commerciale.
A metà 2003 IRI Infoscan rilevava che le quote dei prodotti biologici in tutta la rete di super e ipermercati erano di estremo interesse: confetture e marmellate biologiche rappresentavano il 18.1% del totale, le uova l’11%, i succhi di frutta il 13.9%, il latte fresco il 3,4%, gli yogurt il 3.1%, come i dessert pronti.
Nel periodo gennaio/agosto 2003 le vendite di prodotti biologici nella grande distribuzione sono aumentate del 15.6% rispetto allo stesso periodo 2002 (sempre dati IRI Infoscan).
La situazione stagnante dell’economia e la minor disponibilità alla spesa da parte del consumatore hanno solo rallentato lo sviluppo del settore biologico, ma dato il quadro generale di flessione degli acquisti di prodotti alimentari in genere, un aumento delle vendite dei prodotti biologici del 15.6% può essere considerato più che soddisfacente.
La riduzione del numero dei produttori a Brescia va interpretata correttamente,
Purtroppo in provincia il boom del numero delle aziende degli anni scorsi non è stato seguito dallo sviluppo di un’organizzazione commerciale e distributiva, e i piccoli produttori sono rimasti da soli di fronte al mercato.
Non va poi nascosto che una discreta parte delle aziende aveva avviato la conversione all’agricoltura biologica non tanto guidata da considerazioni ecologiche o di mercato, quanto attratta dai contributi comunitari.
In altri termini, si produceva biologico, ma si vendeva sul mercato convenzionale, accontentandosi dell’integrazione al reddito rappresentata dagli incentivi comunitari.
A Brescia come altrove, non appena si sono esauriti i fondi per il sostegno all’agricoltura eco-compatibile si è cominciata a registrata un’emorragia, con l’uscita dal sistema di controllo di numerosi operatori.
In ogni caso, non trattandosi di aziende orientate al mercato, ma prevalentemente interessate ai contributi, il mercato non si è neppure accorto del loro abbandono.
Le dichiarazioni sulla presunta scarsa convenienza per il produttore e sulla mancanza della domanda sono sufficientemente smentite dal successo a livello internazionale di numerose aziende biologiche bresciane.
Nell’intervista del 30 gennaio, Brescianini dichiarava "
Sono padre da poco, devo, anzi dobbiamo pensare a quale mondo lasceremo ai nostri figli".
Ha perfettamente ragione, e crediamo che la prospettiva di un’agricoltura che porti
“benefici alla collettività, soprattutto dal punto di vista ambientale” dovrebbe trovare l’interesse anche delle amministrazioni locali.
Se desiderano che l’agricoltura biologica si sviluppi, non devono avviare iniziative straordinarie: basta che rispettino gli obblighi che la legge pone a loro carico.
Uno di questi (legge 23 dicembre 1999, n.488 , art.59) è utilizzare quotidianamente prodotti biologici nelle mense scolastiche e ospedaliere.
Consorzio biologico per lo sviluppo sostenibile
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(a. sor.) Nessuna volontà da parte nostra di recitare il de profundis per un settore che riteniamo anzi di vitale importanza, come dimostrano proprio gli articoli precedenti citati dal lettore. In questa occasione, ci siamo limitati a fotografare una situazione che in provincia di Brescia presenta ad oggi una congiuntura negativa e in controtendenza rispetto ai dati regionali.
Per il resto, ringraziamo il direttore del Consorzio biologico per le ulteriori precisazioni sull’interpretazione dei dati e auspichiamo anche noi lo sviluppo di un’agricoltura sempre più sensibile all’ambiente, anche grazie al lavoro di organismi come quello da lui diretto e all’interessamento delle amministrazioni locali. ----------------
IL COMMENTO DI "LA BUONA TERRA"
Cara redazione di Greenplanet
ho scoperto questo articolo per vostro tramite, Vi ringrazio se vorrete dare spazio a questo mio commento all’articolo anche se egregiamente commentato da voi, dato che il fatto è molto increscioso almeno dal mio punto di vista, poiché viene citata “La buona terra” di cui sono il presidente da molti anni.
Come presidente dell’associazione lombarda degli agricoltori biologici “La buona terra”, ma soprattutto agricoltore biologico, mi sento in obbligo di intervenire a seguito dell’articolo comparso su BresciaOggi del 30 giugno 2004 a firma di Pietro Gorlani per affermare quanto segue:
1. Andrea Beschi , collaboratore de “La buona terra” ha parlato a titolo personale, in quanto nessun altro sapeva di queste sue dichiarazioni rilasciate al giornalista citato poco sopra.
2. “Quella del biologico è una battaglia persa” è la frase rilasciata dal signor Bertocchi, credo che lo si possa annoverare tra gli ex agricoltori biologici e mi trova assolutamente e convintamene contrario; cerco brevemente di spiegare il perché:
- un agricoltore che pensa solo alla convenienza, allo sfruttamento, alla troppa fatica, ai contributi troppo bassi, per chi sceglie il metodo biologico, è sicuramente un agricoltore che non ha capito le motivazioni etiche, spirituali, sociali, che devono essere alla base di chi vuole definirsi agricoltore biologico e se si fosse fatto seguire dall’associazione “La buona terra”, forse la sua esperienza di agricoltore biologico avrebbe avuto un esito migliore.
3. Il giornale BresciaOggi poteva scegliere un titolo meno drammatico e invito fin d’ora e consiglio vivamente all’estensore dell’articolo di non mancare al convegno programmato in ottobre (data ancora da destinarsi, ma che mi impegno a comunicargli di persona) dal titolo “Paese Biologico” che si terrà a Polpenazze del Garda in provincia di Brescia, questo perché a Polpenazze, nel 2004, si sono convertite al metodo biologico due grosse aziende e altre due lo sono già da anni, tutto ciò fa discutere e riflettere molti altri agricoltori della zona anche perché nella Valtenesi ci sono altre aziende convertite al biologico già da anni.
Voglio cogliere inoltre questa occasione che nasce da una vicenda negativa per volgerla al positivo; se gli agricoltori biologici, non quelli alla “Bertocchi”, si impegnassero nei loro comuni a farsi promotori o rendersi disponibili a partecipare ad esempio alle commissioni agricoltura potrebbero pian piano suggerire corsi, convegni, visite a realtà significative del mondo biologico o biodinamico con lo scopo di far parlare e soprattutto di far conoscere il metodo dell’agricoltura biologica.
Noi come Associazione “ La buona terra” siamo disponibilissimi a supportare tutto quello che possa servire a tale scopo,come del resto abbiamo sempre fatto in questi 15 anni di attività e sono sicuro continueremo ancora a fare fin che ci sarà terra da coltivare.
Silvano Delai
P.S. suggerisco sia al Sig. Bertocchi, ma soprattutto al giornalista di leggersi:
- Gino Girolomoni, Il duca di ventura, Alce Nero Cooperativa, 1982.
- Daniele Carota, il contadino e il suo mondo, Macro Edizioni, 1999.
- A.A.V.V., Sulle tracce dei nostri padri, Alce Nero Cooperativa, 2000.
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ANDREA BESCHI PRECISA A BRESCIAOGGIAl direttore del giornale Bresciaoggi.
Le scrivo per dissociarmi da quello che è stato scritto sul vostro giornale il 30 giugno 2004 nell'articolo “L’agricoltura Biologica è già in crisi” di Pietro Gorlani.
Tempo fa il signor Pietro Gorlani si è messo in contatto con me chiedendomi di parlare del calo del numero delle aziende agricole che si è registrato in provincia di Brescia.
Eravamo rimasti d’accordo che lui mi avrebbe fatto leggere il pezzo prima di pubblicarlo, mentre ho scoperto che due giorni fa, a mia insaputa, è stato pubblicato un articolo con dei commenti messi a mio nome, che tra l’altro sono inesatti.
La produzione integrata, cito il vostro trafiletto, non è un “mix” d’agricoltura biologica e tradizionale, ma è un’agricoltura a basso impatto ambientale dove si possono utilizzare i comuni prodotti anticrittogamici e i concimi di sintesi, mi soffermo qui per non dilungarmi troppo, la spiegazione sarebbe più lunga e più complicata.
Io ho descritto la situazione che si sta creando in Provincia di Brescia per spiegare le difficoltà di tutto il settore agricolo, di cui l'agricoltura biologica fa parte, rappresentandone la nuova prospettiva per ottenere prodotti di qualità, con un occhio di riguardo verso l'ambiente.
Io parlavo puramente e solamente a titolo personale, come tecnico che fatica a vedere delle rosee prospettive in un’agricoltura mondiale che produce al minor costo possibile e senza includere i danni ambientali, che provoca, tra i costi di produzione.
Ritengo che il comportamento del giornalista Pietro Gorlani sia stato scorretto nei miei confronti, nei confronti dell’associazione “La Buona Terra” e degli agricoltori che la stessa rappresenta, per la superficialità con cui è stato affrontato il tema, con il solo intento di montare un articolo che avesse lo scopo di far crescere la sfiducia dei consumatori per i prodotti da agricoltura biologica, a favore dei quali tante persone oneste stanno da anni lavorando duramente affinchè ottengano il riconoscimento che si meritano.
Distinti saluti.
p.a. Andrea Beschi