Sono diversi mesi che i media
affrontano con grande attenzione la questione del cosiddetto
"caro-mutuo". Migliaia di famiglie, per la verità, sono mesi che con
questo problema fanno, è il caso di dirlo, i conti ogni giorno. Il sogno di una casa di
proprietà, svincolandosi dall'affitto e dalla precarietà legata ad un contratto
di locazione, ha rappresentato un vero e proprio miraggio per migliaia di
famiglie e di giovani.I tassi, solo qualche anno fa, erano talmente bassi da consentire di ottenere capitali a prestito pagando rate effettivamente ridotte, vicine o inferiori al canone di locazione, che permettevano, seppur con qualche sacrificio, di ottenere nel giro di qualche anno un capitale oltre che una sicurezza abitativa. Questo concetto, in estrema sintesi, ha trainato il mercato immobiliare negli ultimi sette-otto anni e, di conseguenza, ha trainato anche l'esplosione della richiesta di mutui da privati nei confronti delle banche.
Lo dicevano i media, le agenzie immobiliari e, non ultime, lo spiegavano le banche, voraci di quel mercato in forte crescita tanto da dimenticarsi di spiegare, spesso e volentieri, qualche piccolo rischio legato all'erogazione di un mutuo, specie se a tasso variabile, che tuttavia risultava essere quello maggiormente incentivato dagli istituti di credito.
Basta leggere quanto riportato sul sito di una delle principali associazioni in difesa dei diritti dei consumatori per rendersi conto di una certa "anomalia, secondo cui le banche si sono buttate in rischiose quanto lucrative speculazioni con "mutui a tasso variabile erogati al 91% dei richiedenti, perché le banche non offrivano, mutui a tasso fisso quando le condizioni di mercato,come i più bassi tassi mai raggiunti, propendevano di evitare di contrarre debiti di lungo periodo a tassi indicizzati".
In sostanza, quindi, le banche hanno favorito, o per lo meno non si sono disturbate a contrastare, l'erogazione di mutui a tasso variabile: nel fare ciò hanno dimenticato di sottolineare come, con i tassi ai minimi storici da diversi anni, la prospettiva poteva essere sostanzialmente una stabilità o al limite di una graduale crescita dei tassi di riferimento. Questo è accaduto a migliaia di italiani che, come chi scrive, ha avuto la proposta di un tasso variabile perché "conviene rispetto al fisso", in quanto "il variabile è il 3,5%, il fisso è il 5%".
Certamente, il cliente optava per la scelta apparentemente più conveniente: il tasso variabile su un mutuo era in quei periodi effettivamente inferiore rispetto al tasso fisso. Questo significa, semplificando al massimo la questione, che il tasso fisso doveva porre al riparo la banca dagli aumenti di tasso futuri per quei clienti che, oculatamente, scartavano il tasso variabile.
Ad oggi, è sufficiente richiedere un preventivo sul sito di mutuionline per rendersi conto che, ferme le altre variabili, il tasso fisso proposto coincide con il tasso variabile: questo significa che probabilmente le banche non si attendono particolari incrementi dei tassi di riferimento.
A questo punto, è dovere di ogni cittadino domandarsi quale responsabilità sia da attribuire alle banche in questo momento di crisi che investe gli stessi istituti di credito, oltre che l'intera collettività.
Non sono forse le banche le capofila nell'ambito della responsabilità sociale? Non sono questi soggetti quelli maggiormente prolifici, perlomeno in territorio nazionale, in termini di bilanci sociali, sponsorizzazioni e partnership con la comunità?
Il modo di fare impresa, paventato come etico da parte delle banche, non può coniugarsi, a parere di chi scrive, con l'atteggiamento irresponsabile nei confronti dei privati che, in buona fede, hanno riposto la loro totale fiducia nel sistema bancario, venendo ripagati da una totale disinformazione e trovandosi ora a pagarne le conseguenze in prima persona.
Nel corso di un convegno di qualche anno fa, due figure di spicco del mondo bancario fornirono una definizione di responsabilità sociale di impresa, che veniva descritta sinteticamente come "fare bene il proprio lavoro", gestendo al meglio le relazioni con i propri stakeholder. Non serve forse sottolineare come in questo caso le banche abbiamo svolto il proprio lavoro in modo ottuso, con un'ottica di breve durata e guardando solo ai profitti a breve termine, senza preoccuparsi dell'impatto che questo comportamento avrebbe avuto sull'intera collettività e forse, oggi, rischiano di trovarsi agonizzanti di fronte al rischio di una crescita esponenziale delle sofferenze verso i privati.
dm



