Intervista
a Gotelind Alber, consulente Politiche di Energia sostenibile e del
Clima e relatrice alla Conferenza Annuale dell�Alleanza per il Clima
Italia a Reggio Emilia il 18 marzo 2008.
La conferenza è un evento nel percorso verso Terrafutura, la 5° mostra convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità, Firenze, Fortezza da Basso, 23-25 maggio.
Il regime del Protocollo di Kyoto sta per finire. Quale ruolo avrà ancora fino al 2012 per i Comuni, le Province e le Regioni?
Certo
un punto di vista è che il primo periodo d�impegno sta per concludersi
visto che sono partite le trattative per il secondo, ma Kyoto è
cominciato solo adesso, solo ora le cose stanno per diventare serie.
Quindi la percezione che Kyoto sta per concludersi è sbagliata?
Sì perché Kyoto continuerà ad esistere, per esempio il sistema dei controlli (compliance) come anche l'Emission Trading,
il commercio delle emissioni, continueranno ad esistere, quello che
succede è che si sta negoziando un nuovo periodo d'impegno sulla base di Kyoto.
Naturalmente,
in teoria, si potrebbe anche concordare un Protocollo completamente
nuovo ma questo è difficile, poco probabile, perché significherebbe
negoziare anche tutte le basi strutturali che oggi fanno parte di Kyoto
e cioè quelle strutture dell'accordo rilevanti per la politica
internazionale del clima o che almeno vengono considerate tali da quasi
tutti. In un qualsiasi protocollo globale per la riduzione dei gas
serra elementi di quello di Kyoto dovranno esserci, come l'obbligo dei
rapporti e i meccanismi di controllo. Questi problemi hanno trovato
delle risposte nel trattato in vigore ed è più che probabile che
manterranno la loro validità.
Per questo il concetto molto comune
del post-Kyoto non è del tutto corretto perché sarà semplicemente
post-2012, post-primo-periodo-d'impegni.
Se adesso guardiamo il
ruolo dei comuni, degli enti locali e territoriali, va prima tenuto
conto che dal 1 gennaio 2008, da poco più di due mesi, conta ogni
tonnellata che noi mettiamo nell'aria e questo naturalmente ha una
grande rilevanza per i governi nazionali ma anche per quelli regionali
e per i comuni. Gli effetti concreti chiaramente dipendono da come i
vari stati nazionali gestiranno gli obiettivi di riduzione. Se
introdurranno una ripartizione degli obblighi nazionali di riduzione
divisi per regioni, o se la ripartizione arriverà addirittura fino al
livello comunale, poi nascerà un obbligo vero e proprio. Però anche se
non ci dovessero essere impegni di riduzione quantificati a livello
regionale o locale gli obiettivi nazionali valgono per tutti perché se
non saranno raggiunti costerà molto a tutte e tutti nelle vesti di
contribuenti sotto forma di tasse.
Però, sono anche convinta che si
faranno vedere in questi cinque anni che rimangono della durata del
primo periodo d'impegno le varie debolezze del Protocollo di Kyoto. Si
è potuto sentire a Bali anche da parte di grandi sostenitori dell'Emission Trading che
ci sono in atto dei ripensamenti per quanto riguarda i certificati da
progetti, a causa di come questo meccanismo è stato attuato
praticamente finora. In particolare per quanto riguarda il Clean Development Mechanism da varie direzioni e da parte di molti esiste una insoddisfazione diffusa sui progetti che sono venuti fuori.
Questo però non mette in discussione i meccanismi medesimi ma la loro attuazione nella prassi.
Può
significare che viene messa in discussione l'attuazione dei meccanismi
flessibili ma ci sono delle perplessità più fondamentali anche se di
fatto nessuno mette in discussione i meccanismi veri e propri. Esiste
tra gli osservatori un disagio sul modo in cui si svolge il commercio
dei certificati perché semplicemente dicono che fin quando la molla che
spinge il processo è il profitto c'è una grande tentazione di trovare
dei buchi, delle scorciatoie per produrre dei certificati a basso costo
e ai danni dell'ambiente.
A questo
proposito, in un�intervista precedente Benoît Leguet ha affermato che
anche lui non pensa che il commercio dei certificati risolverà il
problema del clima, invece ha ragionato sul perché non attiviamo il
mercato e lo lasciamo fare fino al punto in cui arriva, facendo pagare
quindi secondo il principio "paga chi inquina" quelli che causano le
emissioni per la decarbonizzazione dell'economia. Guardiamo quindi fino
a che punto ci porta questo meccanismo e lì dove non funziona più - a
quel punto attiviamo dei meccanismi politici tipo incentivazioni o
tasse.
Vanno dette due cose. La prima è che è stato il
mercato che ci ha portato nella situazione nella quale ci troviamo oggi
perché per sua natura funziona a breve termine, manca la lungimiranza e
una considerazione per il bene comune. Se adesso si vuole creare un
mercato che prende in considerazione la sostenibilità e il bene comune,
diventa molto difficile dare a questo mercato delle regole che alla
fine salvaguarderanno il principio mercato.
Il mio secondo punto
sarebbe che l'argomento "lasciamo fare il mercato" si riferisce anche
ad un altro strumento, alle tasse, la carbon tax. Non
dimentichiamo che anche questa tassa è uno strumento del mercato - in
questo si distingue da altri strumenti regolatori che non hanno niente
a che vedere con il mercato come per esempio i limiti di emissioni ed i
divieti di circolazione. In questo contesto è nato un dibattito anche
tra economisti convenzionali se non potrebbe essere più sensato
introdurre una tassa internazionale sul carbonio invece del commercio
con i certificati. Se guardiamo le proposte delle quote, dello scambio
e del commercio delle quote arriviamo addirittura a delle proposte che
vogliono attribuire ad ogni persona un determinato budget di CO2, ad esempio con una carta magnetica dove vengono scalati tot chilogrammi di CO2 ogni volta che la persona fa il pieno di carburante o con altre attività responsabili per le emissioni di CO2 e se le quote ad una determinata persona non bastano deve comprarsi altre quote.
A
me fugge qual è la differenza di fondo tra un sistema di questo tipo e
la carbon tax che però è molto più facilmente attuabile perché le tasse
già ce le abbiamo su tutti i prodotti rilevanti. Si tratta solo di
inserire come un componente il carbonio in un sistema di tassazione già
esistente. Mentre l'Emission Trading a livello europeo dov'è già
funzionante come un commercio interno ha creato una mole di
amministrazione e procedure burocratiche. l'impegno amministrativo è
immenso e naturalmente ci sono dei buchi, se non addirittura dei punti
d'entrata per la criminalità, e se mai dovessimo arrivare al modello
delle quote individuali nascerebbe subito un mercato nero. Per
concludere la Carbon tax è uno strumento del mercato e a me non
sembra ancora chiusa la domanda se non sia un meccanismo più idoneo del
commercio delle quote.
Torniamo al
processo internazionale e alle trattative in atto, che cosa c'è da dire
sulla dinamica che ci porterà da Bali via Poznan a Copenaghen?
Penso
che il risultato più importante di Bali è stato che sono saliti sulla
barca su un lato gli Stati Uniti sull'altro lato i paesi emergenti;
sono questi due che negli ultimi anni hanno rallentato il processo
mentre l'Unione Europea si trovava tra i due gruppi cercando di tirare
fuori entrambi dal gioco del "prima loro". È un grande passo in avanti
che tutti e due sono sulla barca perché anche i paesi emergenti si sono
dichiarati disponibili di accettare degli obblighi ancora da definire
se ci saranno dei flussi finanziari. Su quest�ultimo punto non ci
possono essere dubbi: ci vorrà un trasferimento di mezzi finanziari in
dimensioni finora sconosciute. Ma è anche ovvio che questo risultato
positivo è solo un inizio e ci sono moltissime cose da chiarire nelle
trattative che di sicuro non saranno una passeggiata, già
geograficamente da Bali a Poznan è una lunga distanza.
La
mia paura però è che nel cammino verso Poznan si perderà tempo
trascinando i piedi e arrivando all'appuntamento di dicembre con pochi
risultati. A questo punto la passeggiata da Poznan a Copenaghen - che
sembra del tutto fattibile - diventerà una maratona. Per questo adesso
è importante che tutti gli interessati mandino avanti il processo
internazionale avendo ben presente e facendo presente a tutte le parti
l'importanza della tappa di Poznan. In tutti gli incontri che si
svolgono in continuo, incontri intermedi, ma anche in tutte le altre
conferenze delle Nazioni Uniti dove oggi i cambiamenti climatici sono
sempre un punto sull'ordine del giorno, deve essere sottolineata
l'urgenza di andare avanti e di non aspettare fino all'ultima sera a
Copenaghen per trovare poi una soluzione pensata e fatta male.
E quale sarebbe il ruolo delle reti delle città, degli enti locali e territoriali in questo processo? Hanno un ruolo?
Credo
di sì, ultimamente mi sembra di vedere che le città diventano un
oggetto di ricerca sempre più interessante. Molti di coloro che si
occupano di politica del clima adesso rivolgono l'attenzione sulle
città calcolando i grandi potenziali di riduzione delle emissioni di
gas serra collocati lì. Però devo dire sulla base della mia esperienza
che questi lavori spesso hanno il difetto di un approccio troppo
tecnico. Gli studiosi non si rendono conto che le città non sono
semplicemente un insieme di fonti di emissione ma anche delle entità
culturali, sociali e politiche, seguono delle dinamiche complesse che
non possono essere saltate in un approccio tecnocratico di command and control.
l'attenzione
sulle città quindi è cresciuta, ma nelle trattative internazionali
vengono sempre considerate un po� come campi da gioco. Quello che fanno
le città, quello che fanno le reti di città non viene preso veramente
sul serio. Le loro attività di buone pratiche, di progetti di
eccellenza vengono accolte con grande simpatia, ma gli enti locali e
territoriali non sono veramente attori nel processo internazionale.
Però la scarsa attenzione al ruolo delle regioni, province e comuni non
è solo una questione di mancanza di attenzione su quello che facciamo,
ma anche un problema di non poterlo dimostrare in modo convincente. Va
detto che il nostro messaggio è più o meno lo stesso da diversi anni e
così non si può continuare, ci vuole una svolta incisiva, una nuova
qualità del nostro messaggio che ha che vedere soprattutto con dei dati
e la capacità di documentare in modo convincente le proprie attività
per la salvaguardia del clima.
Stiamo parlando dei bilanci di CO2 e del monitoraggio?
Sono convinta che lo strumento di monitoraggio del CO2
dell'Alleanza per il Clima elaborato insieme agli esperti svizzeri di
Ecospeed può avere un ruolo molto importante. Oltre ai bilanci
complessivi occorre anche un forte lavoro sugli indicatori per
dimostrare, ad esempio, che una città che ha creato un buon sistema di
trasporto pubblico urbano produce sistematicamente meno emissioni di
gas serra. Sono queste dinamiche che vanno documentate perché è
importante per il processo internazionale, ma è anche importante per le
stesse città perché ricordiamoci che sono sempre in poche le città che
si attivano anche se le reti sono cresciute molto negli ultimi anni. La
stragrande maggioranza delle città non si muove finora in una
prospettiva di una strategia del clima, quindi questo è un grandissimo
campo di lavoro di convincimento e di sensibilizzazione se non vogliamo
alla fine essere ridotti al meccanismo di command and control.
Per
diventare più visibili nel processo internazionale le città con una
strategia del clima devono diventare di più e ci vogliono strumenti e
metodologie per poter documentare in modo più convincente il proprio
contributo alla salvaguardia del clima?
Dobbiamo
dimostrare i successi delle città d'eccellenza e che cosa le distingue
dalle altre che non si sono attivate a favore del clima, quindi sono
due i discorsi e le linee di ragionamento, una dei dati e fatti duri e
l'altra della plausibilità. Un ragionamente basato sulla plausibilità
nel senso di dimostrare che lo sviluppo urbano dei prossimi decenni ha
un ruolo fondamentale per l'intensità di carbonio della società del
futuro. In questo campo d'attività gli enti locali e territoriali hanno
un ruolo insostituibile, il carbon market per esempio lì non arriva perché lo sviluppo urbanistico segue una logica diversa.
Questo
nessuno lo metterebbe in discussione anche fra coloro che promuovono un
rafforzamento del carbon market. Ma viceversa il processo
internazionale, quello che succederà tra Bali, Poznan e Copenaghen
quanto sarà rilevante per il livello locale?
Su un primo
livello il processo internazionale rivolge l'attenzione sul clima e in
questo senso crea gli spazi per una politica locale e territoriale.
Sono convinta che nei prossimi anni non ci sarà più neanche un governo
locale che potrà fare finta di non doversi occupare del problema clima,
se non altro perché saranno le cittadine e i cittadini che chiederanno
che qualcosa deve essere fatto. Poi però c'è anche un coinvolgimento
più diretto delle città perché in quanto proprietarie di aziende
municipalizzate per la produzione di energia sono direttamente degli
attori nel commercio delle emissioni in Europa. Quindi in questo senso
le regole future saranno rilevanti per i comuni in quanto attori nel
mercato di produzione dell'energia.
E poi ricordiamoci che è più che
probabile che prima o poi i governi nazionali si rivolgeranno ai
governi territoriali e locali per farli contribuire al raggiungimento
degli obiettivi nazionali in modo obbligatorio. I governi nazionali
potrebbero vedersi costretti ad emanare degli obiettivi vincolanti per
le città o legare finanziamenti che finora sono incondizionati ad una
certa performance nel campo della riduzione delle emissioni di CO2.
Significa quindi che si trovano bene quelle città che partono per tempo?
Naturalmente,
perché prima o poi i potenziali che esistono a livello locale devono
essere attivati, una volta che le altre possibilità sono esaurite - è
l'unica strada percorribile. È ovvio che molto di quello che possono
fare le città è legato strettamente alle politiche nazionali. Prendiamo
l'esempio delle energie rinnovabili dove l'Italia ha ancora qualche
problema mentre la Germania e la Spagna sono modelli di successo. I
governi nazionali in questi due paesi hanno creato delle condizioni
molto favorevoli per le energie rinnovabili attraverso il conto energia
e altre misure. Però gli impianti devono trovare delle ubicazioni, ci
vogliono investitori e qui nella realizzazione concreta sul posto -
entrano le autorità locali e territoriali che devono dare le
autorizzazioni e creare le condizioni per poter collocare gli impianti
nel territorio. Per l'attuazione di programmi nazionali i comuni hanno
un ruolo preminente.
ClimateAlliance.it
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Gotelind Alber,
fisico, ha lavorato con l�Ökoinstitut di Freiburg Germania negli anni
Ottanta sulla "Svolta energetica" come capo unità del settore energia.
Esperta internazionale in questioni climatiche e in politica del clima,
dal 1997 al 2006 è stata direttore europeo del Climate Alliance �
Klima-Bündnis � Alianza del Clima e.V. una rete di 1700 Comuni ed enti
territoriali per la protezione del clima globale. Lavora come
consulente per politiche di energia sostenibile e del clima ai governi
europei e agli enti locali e territoriali.
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