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IL BIO MEDITERRANEO: NUOVE OPPORTUNITÀ

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Il 2010 è ormai vicino e l'area di libero scambio fra i Paesi della sponda nord e quelli della sponda sud del bacino del Mediterraneo sta diventando ormai realtà.

agrimediterraneo.jpg di Fabrizio Piva *

Quali conseguenze per la nostra agricoltura e per quella biologica in particolare? Come guidare lo sviluppo del settore in una logica di crescita complessiva a prescindere dai vantaggi competitivi di ogni singolo Paese o di una specifica area geografica? Come applicare i principi dell'agricoltura biologica in una logica di sviluppo rurale dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo? Queste e molte altre sono le domande che si affacciano quando si inizia ad affrontare la tematica dell'agroalimentare biologico in questa area.

Innanzitutto se paragoniamo le dimensioni del settore è facile notare come, secondo dati Soel, la sponda sud totalizzi 290.856 ha di superficie biologica contro 2.796.676 ha localizzati nei Paesi mediterranei appartenenti all'Unione Europea (UE). Il mercato è prevalentemente sviluppato nella vicina UE e, nello specifico, nei Paesi del centro nord Europa; da ciò ne discende che le produzioni

biologiche sono prevalentemente destinate nell'UE e le regole di produzione adottate sono sostanzialmente quelle comunitarie nonostante in quasi tutti i Paesi ad eccezione dell'Algeria vi siano normative nazionali che disciplinano il settore. Allo stato attuale, infatti, a livello aggregato quasi il 90% delle produzioni biologiche soddisfano i mercati esteri poiché il mercato interno è molto limitatose non assente.

La creazione dell'area di libero scambio non può tradursi pertanto solamente in un'area di fornitura a prezzi convenienti per la maggior parte delle produzioni mediterranee che fra l'altro comporterebbe una sleale competizione per le nostre produzioni nazionali. L'area di libero scambio deve favorire la creazione di un mercato interno attraverso un reale e duraturo sviluppo che non può prescindere da quello rurale oltre che l'applicazione di regole e norme di produzione equivalenti con quelle dell'UE al fine di evitare che si possa verificare una sorta di "dumping" sociale ed ambientale.

Affinché si verifichi ciò è necessario che in questi Paesi accrescano la coscienza e la cultura ambientale dei loro cittadini, queste accanto a normative rispettose dell'ambiente favoriranno la domanda interna di prodotti biologici con correnti quindi sia in export che in import tali da giustificare un'area di libero scambio che non sia a senso unico.

(*) Vicepresidente CCPB

l'articolo è tratto dalla newsletter "Il Biologico" a cura del CCPB

 

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