Il grande scandalo rifiuti rischia di spianare la strada
agli inceneritori: è davvero l'unica via percorribile e con quali rischi per la
nostra salute?
"La Tv e i giornali sono pieni di spazzatura". È capitato
mille volte di sentire frasi simili a
questa, ma mai come oggi è stato possibile ritrovare consenso unanime su questa
asserzione. Solo che questa volta, invece di trattarsi della solita "TV
spazzatura", disprezzata da molti ma
evidentemente gradita ai più, i media parlano di spazzatura, ma si riferiscono
a quella vera: i rifiuti per
intenderci. Dall'inizio dell'anno
l'Italia e l'intera Europa hanno lo sguardo rivolto verso la Campania e verso
Napoli: un paesaggio tristemente surreale
accoglie giornalisti e fotografi, mostrando il lato peggiore, sin troppo
negativo, del nostro paese. Cumuli, montagne di rifiuti di qualsivoglia genere
coprono strade, cortili, aiuole. E ovviamente riempiono anche i nostri giornali
e televisioni che ci informano adeguatamente del rischio sanitario, del
degenerare della situazione di una città dove evidentemente qualcosa non
funziona, mettendo in croce a turno le
varie istituzioni che probabilmente qualche colpa sulle spalle la portano.
Un argomento importante, certamente. Non è difficile
comprendere che ne va anche
dell'immagine del l'Italia intera rispetto alla comunità internazionale: il bel paese, la patria di Dante, Leonardo Da
Vinci, Cristoforo Colombo, ricco di città d'arte e terra del buon vino,
non è nemmeno in grado di organizzare la
raccolta e lo smaltimento dei propri
rifiuti. Non solo: le proteste hanno segnato la cronaca degli ultimi giorni
così come i roghi appiccati alle cataste di rifiuti, che hanno a quanto pare
intasato l'aria (e le zone agricole) di diossina e altri inquinanti chimici. Il
problema rifiuti quindi richiede una soluzione rapida e grazie ai mass
media questa esigenza è ormai chiara a
tutti.
Tra le varie ipotesi avanzate per contrastare una situazione
così critica, quella che va per la maggiore è rappresentata dagli inceneritori.
Facendo un cocktail di vari luoghi
comuni, superficiali per definizione, appare abbastanza ovvio che il modo più
comodo per eliminare una grande quantità di materiale è bruciarlo, cosicché "ne rimarrebbe solo un mucchietto di cenere,
che magari torna buono come fertilizzante". Ma c'è un problema serio. Non funziona esattamente così. Per
spiegarlo ci rifacciamo alle parole che troviamo sul sito di un ricercatore,
esperto di nano particelle e nano patologie, e che abbiamo già citato la settimana
scorsa, il dott. Montanari.
"Poiché nel processo d'incenerimento occorre aggiungere
all'immondizia calce viva e una rilevante quantità d'acqua, da una tonnellata
di rifiuti bruciata escono una tonnellata di fumi, da 280 a 300 kg di ceneri
solide, 30 kg di ceneri volanti (molto tossiche), 650 kg di acqua sporca (da
depurare) e 25 kg di gesso. Il che significa il doppio di quanto si è inteso
"smaltire", con l'aggravante di avere trasformato il tutto in un prodotto
altamente patogenico": in particolare, con il processo di incenerimento vengono
liberate grandi quantità di nano particelle. Queste sottilissime polveri si diffondono
nell'aria facilmente spostate dal vento, andando a ricoprire coltivazioni e
città, vengono ovviamente inspirate e ingoiate da chiunque, accumulandosi nel
corpo e dando origine a numerose
patologie anche cancerose. Oltre al danno diretto dovuto alla respirazione delle polveri
sospese nell'aria, esiste quindi il concreto rischio di contaminazione di
alcuni alimenti, soprattutto prodotti agricoli, con ovvi riflessi sulla salute
di tutti.
In sostanza l'incenerimento dei rifiuti non rappresenta un
metodo efficace di smaltimento e pone in serio pericolo la nostra salute.
Il disastro dei rifiuti del napoletano non è emerso
all'improvviso: dopotutto Roberto Saviano, nel suo famoso e discusso "Gomorra",
aveva spiegato all'Italia il traffico di denaro intorno all'universo rifiuti,
sottolineando in che modo il sud fosse
"il capolinea di tutti gli scarti tossici, i rimasugli inutili, gli scarti
della produzione", una sorta di enorme unica discarica a cielo aperto. Saviano
spiega anche che quando le discariche stanno per esaurirsi è d'uso dare fuoco
alle cataste di rifiuti, con conseguente contaminazione di cui risentono agricoltura
e allevamento delle regioni interessate.
Il problema quindi era già noto, ed era plausibile
ipotizzare un momento di criticità nell'immediato futuro; tuttavia solo ora i
media ne parlano, montando un improvviso scandalo in realtà tranquillamente
prevedibile. Per citare Alberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico presso
l'Università di Napoli Federico II, in una sua lettera pubblicata sul blog di
Beppe Grillo non è insensato il timore che "le decisioni politiche degli ultimi
giorni sul "caso Pianura"
in Campania intendano utilizzare l'emergenza per legittimare ed adottare scelte
di lungo periodo", favorendo quindi l'utilizzo e lo sdoganamento degli
inceneritori come soluzione immediata (ma in fin dei conti utilizzabile anche
passata l'emergenza) rispetto alla questione rifiuti, pur sapendo che
questi impianti "a pieno regime
producono, al di là delle tossiche e
nocive polveri ultra-sottili, una quantità di ceneri tali da richiedere
la realizzazione di discariche in grande quantità per collocare i nuovi rifiuti
prodotti dalla combustione". Preoccupazione condivisibile e perlomeno da
prendere in considerazione.
Il tema rifiuti sicuramente deve far riflettere, ma non deve
essere strumentalizzato per aggirare legittimi dubbi etici e approfonditi studi
sugli impatti degli inceneritori sulla nostra salute; ma soprattutto, potrebbe
essere utile e forse è addirittura
doveroso interrogarsi sulla possibilità di condurre sapienti politiche di
gestione dei rifiuti basati sulle alternative note agli inceneritori: raccolta differenziata, recupero,
riparazione, riuso, riciclaggio.
Dario Muzzarini
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