Si è chiuso in mattinata la tredicesima Conferenza sulla Terra, mai come ora così preoccupata per la propria sorte. Se da un lato ci sono i paesi spaventati per il futuro, capeggiati da un'agguerrita Ue che puntava ad anticipare i tempi, dall'altra le maggiori preoccupazioni riguardano il presente, nella sua manifestazione economico finanziaria, ovvero nell'altro modo di interpretare ed analizzare le sorti del pianeta. Il summit si è protratto in questi giorni con la coerenza delle posizioni, con la Ue che ha cercato di fissare dei limiti alle emissioni, non aprendo nessuno spiraglio sulle quote, contro gli Usa che invece hanno strenuamente proposto una linea di maggior flessibilità. Questione di priorità. Ed infine gli outsider, ovvero quelle nazioni che in base ad obsolete categorie appartengono ancora ai paesi in via di sviluppo, come Cina ed India, per cui non vincolate ai parametri di Kyoto, ma che nel frattempo si sono sviluppati sempre più fino a diventare in termini di PIL e proporzionalmente di capacità d'inquinamento delle potenze. Queste hanno accettato di seguire la linea dei tagli e sarebbero disposte a limitare le emissioni di gas serra del 50% entro il 2050. Da una parte, quindi, la linea del tetto alle emissioni, propugnata dalla Ue e soprattutto dalla volontà del cancelliere tedesco, ex presidente di turno della Commissione. Dall'altra gli Usa che hanno tentato in tutti i modi di limitare che questa linea prendesse quota, boicottando in sede diplomatica e proponendo in alternativa delle soluzioni più soft, ma tendenzialmente poco concrete.
Al di là delle ambizioni tedesche, che in qualche modo avevano illuso le posizioni più radicali al punto che qualcuno si aspettava già ora di superare Kyoto - il cui accordo non scadrà prima del 2012! - le cose sono andate nella direzione giusta. I paesi che con gli Usa preferirebbero meno limitazioni nel proprio sviluppo industriale, temono soprattutto l'andamento finanziario delle rispettive nazioni, piuttosto che rifiutare le tesi ambientaliste. Le stesse aziende Usa stanno ingegnandosi da un po' di tempo per non trovarsi escluse da un futuro industriale attento alle tematiche ambientali ed alle opportunità offerte dalle energie rinnovabili, i sindaci di metropoli come New York, San Francisco e Los Angeles stanno già applicando a livello locale iniziative in controtendenza a favore di un ridotto impatto sull'ambiente. Come dire, si è trattato soprattutto di una scelta di coerenza di questa ultima amministrazione Usa, la musica cambierà già dopo le elezioni, anche se ovviamente non verrà eletto un presidente ambientalista. Il problema è di direzione di rotta e questa verrà definita dal compromesso con le posizioni di un'intransigente Ue.
La rotta verso il 2012 è partita con gli schieramenti disposti nel modo prevedibile. L'Europa dovrà fare a meno delle quote, ma ha dimostrato, finalmente coesa, di essere un interlocutore forte e coerente e il tono dimesso del commissario Dimas, che ha evitato proclami spettacolari a favore di un pragmatico basso profilo, ne è la migliore rappresentazione. Gli Usa non manterranno le posizioni attuali anche perché lo scudo offerto da Cina ed India è venuto meno. Il Giappone e la Russia, invece, rivedranno le proprie posizioni appena verrà insediata una nuova amministrazione Usa.
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