A Novembre saranno passati dieci anni dall'entrata in vigore
di quell'articolo 10 del Regolamento 2081 che ha trasferito il
controllo dei prodotti Dop e Igp dai Consorzi a organismi terzi di
certificazione.Dieci anni che SoCert ha vissuto da protagonista, accompagnando l'evoluzione del sistema agroalimentare italiano e estendendo progressivamente il suo impegno anche alla certificazione di prodotto secondo disciplinari privati, alle verifiche ispettive di seconda parte, alla collaborazione sempre più stretta in ambito biologico con QC&I.
Nonostante gli orizzonti sempre più vasti di attività, Dop e Igp rimangono comunque un settore fondamentale per la società di certificazione, nata nel maggio del 1998 dall'esperienza di alcuni tecnici già attivi nel mondo dell'agricoltura biologica e autorizzata nel 2000 dal Ministero delle politiche agricole.
SoCert, per ricordare solo il primo dei traguardi raggiunti, è garanzia di autenticità del celebre Pomodoro di Pachino ed è stata indicata dall'Associazione di tutela dei prodotti tipici di Pachino anche come organismo di controllo del melone, la cui Igp è attualmente all'approvazione dell'Unione Europea. Due esempi importanti di quel che Dop e Igp avrebbero dovuto essere, e che solo in parte sono davvero riusciti a rappresentare per i consumatori.
"In realtà - spiega Carmelo Bonarrigo, uno dei fondatori di SoCert - abbiamo registrato negli ultimi anni una corsa indiscriminata a fregiarsi di un titolo che era nato per valorizzare quei prodotti che fossero autenticamente legati a uno specifico territorio o a un particolare procedimento di lavorazione, e che è stato invece considerato troppo spesso una facile scorciatoia per avere successo sul mercato. Questo, grazie anche a definizioni normative non chiare, sta ingenerando un problema di disinformazione nei consumatori, che sono quasi naturalmente portati a interpretare i marchi Dop e Igp come garanzia di qualità. Cosa che spesso è vera, ma non è così scontata come potrebbe sembrare".
Ma il caso del pomodoro di Pachino è illuminante soprattutto per comprendere la filosofia che ha sempre ispirato l'attività di SoCert. Il disciplinare elaborato dai tecnici della società e seguito dalle oltre duecento aziende locali certificate, consente infatti di rintracciare l'intera genesi del prodotto, dalla singola serra di coltivazione fino al centro di confezionamento a cui è stato conferito e alla vendita finale. Una scelta di assoluta trasparenza che rappresenta oggi il migliore antidoto ai rischi sempre più gravi di contraffazioni alimentari.
"Noi la chiamiamo tracciabilità comunicata - sottolinea Alberto Bergamaschi, che di SoCert è stato uno degli ideatori dopo una lunga esperienza nel mondo biologico - e crediamo davvero che sia la grande sfida attorno a cui ci giochiamo il futuro, sia degli enti di certificazione sia dei produttori che puntano le loro carte sulla qualità. Troppi scandali minano la fiducia della gente, e l'unica risposta possibile è quella di documentare ogni singolo passaggio dell'iter di controllo, seguendo il prodotto lungo l'intera filiera che termina nelle mani del consumatore. Noi abbiamo accettato la sfida, e l'abbiamo tradotta in una struttura agile, veloce nelle risposte, il più trasparente possibile nel comunicare all'esterno la sua attività".
Certo, non è solo questione di buona volontà. L'impegno alla trasparenza necessita di personale specializzato (oggi sono una decina i tecnici impegnati nelle verifiche ispettive delle trecento aziende clienti di SoCert nei diversi ambiti) e significa anche un investimento in tecnologia, che si è tradotto in una collaborazione sempre più stretta con partner informatici di riconosciuta esperienza come Agronica, che all'ultima edizione del SANA ha condiviso con SoCert spazi fieristici e progetti di informatizzazione rivolti alle aziende agroalimentari.
Altra collaborazione che negli anni si è andata radicando è quella con QC&I, storico ente di certificazione del biologico italiano che a SoCert ha affidato il coordinamento tecnico di diverse regioni italiane. Un rapporto proficuo anche perché ha condotto all'elaborazione di due disciplinari privati per l'acquacoltura (norme di produzione biologica per l'allevamento delle trote e per la produzione dei mangimi per pesci) che hanno consentito a QC&I di colmare una importante lacuna e di certificare anche prodotti che non erano contemplati nel regolamento europeo.
"Quella esperienza - continua Alberto Bergamaschi - ci ha fatto comprendere quanto fosse importante accompagnare l'evoluzione culturale dei consumatori, che dopo aver riconosciuto il valore dell'agricoltura biologica chiedevano le medesime garanzie anche da altri prodotti di uso quotidiano. Da lì è nata la certificazione volontaria per i detergenti, i prodotti per l'igiene e la salute degli animali, la cosmetica. Settori diversi tra loro, perché il principio della certificazione è un metodo che può essere applicato a qualsiasi prodotto, unendo la nostra esperienza di serietà e rigore alla competenza di tecnici specialisti di un determinato segmento di mercato".
Proprio la cosmetica è uno dei settori a cui negli ultimi mesi SoCert ha dedicato grandi energie, con un immediato riscontro che è stato possibile verificare anche nel corso dell'ultima edizione del SANA, quando un interessante convegno ha riunito attorno allo stesso tavolo le quattro società attive in Italia. Una esposizione forzatamente sintetica, ma che è bastata a mettere in luce i pregi di un disciplinare che pare fatto su misura per operatori ambiziosi e fortemente motivati.
SoCert richiede infatti alle aziende di sottoporre a certificazione fin dal primo momento almeno il 10% dei propri prodotti, per arrivare in quattro anni al 50%. In più, prevede una percentuale minima di ingredienti da agricoltura biologica rispetto al totale degli ingredienti certificabili pari all'80% e una percentuale minima di ingredienti da agricoltura biologica rispetto al totale degli ingredienti pari al 3% per avere il marchio CoCoNat e variabile dal 10 al 20% a seconda della tipologia del prodotto per ottenere il marchio SoCert.
Richieste impegnative, e che potrebbero apparire controproducenti in un momento in cui il mercato è in forte espansione, ma che invece hanno subito attirato l'attenzione di importanti ditte della cosmetica facendo lievitare il numero di referenze certificate da SoCert oltre le cinquecento unità. E i numeri, in certi casi, sono la migliore dimostrazione della bontà di un'idea.



