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SOCERT: ESPERTI DI CERTIFICAZIONE |
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Friday 16 November 2007 |
Da
dieci anni SoCert è impegnata a garantire l'assoluta
trasparenza dei processi produttivi, a tutela del consumatore e delle
aziende disposte a investire sulla qualità. La
storia di una esperienza iniziata con i Dop e Igp per poi approdare
ai disciplinari privati, alle verifiche di seconda parte e alla
collaborazione con QC&I nel settore dell'agricoltura biologica
conservando immutata la propria filosofia d'azione.
A Novembre saranno passati dieci anni dall'entrata in vigore
di quell'articolo 10 del Regolamento 2081 che ha trasferito il
controllo dei prodotti Dop e Igp dai Consorzi a organismi terzi di
certificazione.
Dieci
anni che SoCert
ha vissuto da protagonista, accompagnando l'evoluzione del sistema
agroalimentare italiano e estendendo progressivamente il suo impegno
anche alla certificazione di prodotto secondo disciplinari privati,
alle verifiche ispettive di seconda parte, alla collaborazione sempre
più stretta in ambito biologico con QC&I.
Nonostante
gli orizzonti sempre più vasti di attività, Dop e Igp
rimangono comunque un settore fondamentale per la società di
certificazione, nata nel maggio del 1998 dall'esperienza di alcuni
tecnici già attivi nel mondo dell'agricoltura biologica e
autorizzata nel 2000 dal Ministero delle politiche agricole.
SoCert,
per ricordare solo il primo dei traguardi raggiunti, è
garanzia di autenticità del celebre Pomodoro di Pachino ed è
stata indicata dall'Associazione di tutela dei prodotti tipici di
Pachino anche come organismo di controllo del melone, la cui Igp è
attualmente all'approvazione dell'Unione Europea. Due esempi
importanti di quel che Dop e Igp avrebbero dovuto essere, e che solo
in parte sono davvero riusciti a rappresentare per i consumatori.
"In
realtà - spiega Carmelo Bonarrigo, uno dei fondatori di
SoCert
- abbiamo registrato negli ultimi anni una corsa indiscriminata a
fregiarsi di un titolo che era nato per valorizzare quei prodotti che
fossero autenticamente legati a uno specifico territorio o a un
particolare procedimento di lavorazione, e che è stato invece
considerato troppo spesso una facile scorciatoia per avere successo
sul mercato. Questo, grazie anche a definizioni normative non chiare,
sta ingenerando un problema di disinformazione nei consumatori, che
sono quasi naturalmente portati a interpretare i marchi Dop e Igp
come garanzia di qualità. Cosa che spesso è vera, ma
non è così scontata come potrebbe sembrare".
Ma
il caso del pomodoro di Pachino è illuminante soprattutto per
comprendere la filosofia che ha sempre ispirato l'attività di
SoCert.
Il disciplinare elaborato dai tecnici della società e seguito
dalle oltre duecento aziende locali certificate, consente infatti di
rintracciare l'intera genesi del prodotto, dalla singola serra di
coltivazione fino al centro di confezionamento a cui è stato
conferito e alla vendita finale. Una scelta di assoluta trasparenza
che rappresenta oggi il migliore antidoto ai rischi sempre più
gravi di contraffazioni alimentari.
"Noi
la chiamiamo tracciabilità comunicata - sottolinea Alberto
Bergamaschi, che di SoCert
è stato uno degli ideatori dopo una lunga esperienza nel mondo
biologico - e crediamo davvero che sia la grande sfida attorno a
cui ci giochiamo il futuro, sia degli enti di certificazione sia dei
produttori che puntano le loro carte sulla qualità. Troppi
scandali minano la fiducia della gente, e l'unica risposta possibile
è quella di documentare ogni singolo passaggio dell'iter di
controllo, seguendo il prodotto lungo l'intera filiera che termina
nelle mani del consumatore. Noi abbiamo accettato la sfida, e
l'abbiamo tradotta in una struttura agile, veloce nelle risposte, il
più trasparente possibile nel comunicare all'esterno la sua
attività".
Certo,
non è solo questione di buona volontà. L'impegno alla
trasparenza necessita di personale specializzato (oggi sono una
decina i tecnici impegnati nelle verifiche ispettive delle trecento
aziende clienti di SoCert
nei diversi ambiti) e significa anche un investimento in tecnologia,
che si è tradotto in una collaborazione sempre più
stretta con partner informatici di riconosciuta esperienza come
Agronica,
che all'ultima edizione del SANA ha condiviso con SoCert
spazi fieristici e progetti di informatizzazione rivolti alle aziende
agroalimentari.
Altra
collaborazione che negli anni si è andata radicando è
quella con QC&I,
storico ente di certificazione del biologico italiano che a SoCert
ha affidato il coordinamento tecnico di diverse regioni italiane. Un
rapporto proficuo anche perché ha condotto all'elaborazione di
due disciplinari privati per l'acquacoltura (norme di produzione
biologica per l'allevamento delle trote e per la produzione dei
mangimi per pesci) che hanno consentito a QC&I
di colmare una importante lacuna e di certificare anche prodotti che
non erano contemplati nel regolamento europeo.
"Quella
esperienza - continua Alberto Bergamaschi - ci ha fatto
comprendere quanto fosse importante accompagnare l'evoluzione
culturale dei consumatori, che dopo aver riconosciuto il valore
dell'agricoltura biologica chiedevano le medesime garanzie anche da
altri prodotti di uso quotidiano. Da lì è nata la
certificazione volontaria per i detergenti, i prodotti per l'igiene e
la salute degli animali, la cosmetica. Settori diversi tra loro,
perché il principio della certificazione è un metodo
che può essere applicato a qualsiasi prodotto, unendo la
nostra esperienza di serietà e rigore alla competenza di
tecnici specialisti di un determinato segmento di mercato".
Proprio
la cosmetica è uno dei settori a cui negli ultimi mesi SoCert
ha dedicato grandi energie, con un immediato riscontro che è
stato possibile verificare anche nel corso dell'ultima edizione del
SANA, quando un interessante convegno ha riunito attorno allo stesso
tavolo le quattro società attive in Italia. Una esposizione
forzatamente sintetica, ma che è bastata a mettere in luce i
pregi di un disciplinare che pare fatto su misura per operatori
ambiziosi e fortemente motivati.
SoCert
richiede infatti alle aziende
di sottoporre a certificazione fin dal primo momento almeno il 10%
dei propri prodotti, per
arrivare in quattro anni al 50%. In più, prevede una
percentuale minima di ingredienti da agricoltura biologica rispetto
al totale degli ingredienti certificabili pari all'80% e
una
percentuale minima di ingredienti da agricoltura biologica rispetto
al totale degli ingredienti pari al 3% per avere il marchio CoCoNat
e variabile dal 10 al 20% a seconda della tipologia del prodotto per
ottenere il marchio SoCert.
Richieste
impegnative, e che potrebbero apparire controproducenti in un momento
in cui il mercato è in forte espansione, ma che invece hanno
subito attirato l'attenzione di importanti ditte della cosmetica
facendo lievitare il numero di referenze certificate da SoCert
oltre le cinquecento unità. E i numeri, in certi casi, sono la
migliore dimostrazione della bontà di un'idea.
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