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L’EXPORT DI FRUTTA E VERDURA AFRICANA VERSO OCCIDENTE È FONDAMENTALE PER LA PICCOLA ECONOMIA |
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Thursday 08 November 2007 |
Preferire frutta e verdura locali, a discapito dei prodotti
importati dall'Africa potrebbe causare un tracollo della fragile economia
rurale africana. Lo denuncia l'ambasciatore del Ghana a Londra, lasciando
intendere che se questo è un modo per contrastare i cambiamenti climatici, non
sarà facile "trovare un consenso in prospettiva di un accordo a livello
mondiale sulle politiche climatiche."
Consumare frutta di stagione e possibilmente prodotta in
zona. È questo uno dei buoni comportamenti del consumatore responsabile e di
chi è favorevole ad un ecologia sostenibile. Questo per molte ragioni, non ultima
la garanzia di trovare intatte tutte quelle caratteristiche che rendono frutta
e verdura preziose per il nostro organismo. Ma è anche vero che di fronte alla
minaccia dei mutamenti climatici, causati in gran parte dai gas serra, l'attenzione
alla quantità di Co2 nell'aria è altissima. Infatti uno degli argomenti
utilizzati da un certo ecologismo raffinato soprattutto di marca britannica, è la
carbon footprint, ovvero la quantità
di Co2 espressa da un bene di consumo ( non solo alimentare), ovvero il peso
delle emissioni di Co2 prodotte nel processo di produzione, trasformazione e
trasporto fino allo scaffale del negozio. Un numero che esprime, comunque,
anche la zona di provenienza. Per esempio: una mela prodotta in Inghilterra,
con metodi agricoli sofisticati che prevedono l'utilizzo di serre,
illuminazione, riscaldamento, parte già con un calcolo di Co2 superiore a
quello che potrebbe avere un simile frutto nato in qualche villaggio africano.
In un incontro organizzato con il proposito di affrontare i
temi dei mutamenti climatici e le politiche per contrastarlo, l'ambasciatore
del Ghana a Londra, Annan Cato, ha sottolineato come un eventuale limitazione nelle
importazioni e nei consumi di frutta e verdura provenienti dall'Africa avrebbe
delle ripercussioni pesanti sulla loro fragile economia agricola. Anche perché,
ha sottolineato l'ambasciatore, il tasso di Co2 inglesi imputabili al trasporto
di cibo non raggiungerebbero lo 0,1% del totale delle emissioni prodotte.
Nonostante sia sempre più pressante la richiesta di prodotti
alimentari locali e frutta e verdura di stagione, secondo alcuni specialisti
economici non si deve sottovalutare come la maggior parte di queste produzioni
arrivino dalle zone più povere dell'Africa, dove sono riuscite ad innescare dei
meccanismi di un certo rilievo economico.
"Per i consumatori britannici
esistono molti altri modi per ridurre le emissioni di Co2 senza mettere a repentaglio
la sussistenza della povere famiglie di agricoltori africani", ha spiegato Cato.
"La riduzione di Co2 deve essere realizzata con criteri equi, razionali e
scientifici", ha quindi spiegato. "Tagliando sul fronte delle importazioni dall'
Africa, non è solo scorretto, ma non consentirà neppure di ottenere un consenso
in prospettiva di un accordo sulle politiche climatiche a livello mondiale."
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