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Preferire frutta e verdura locali, a discapito dei prodotti importati dall'Africa potrebbe causare un tracollo della fragile economia rurale africana. Lo denuncia l'ambasciatore del Ghana a Londra, lasciando intendere che se questo è un modo per contrastare i cambiamenti climatici, non sarà facile "trovare un consenso in prospettiva di un accordo a livello mondiale sulle politiche climatiche."

agricoltura_africana.jpg Consumare frutta di stagione e possibilmente prodotta in zona. È questo uno dei buoni comportamenti del consumatore responsabile e di chi è favorevole ad un ecologia sostenibile. Questo per molte ragioni, non ultima la garanzia di trovare intatte tutte quelle caratteristiche che rendono frutta e verdura preziose per il nostro organismo. Ma è anche vero che di fronte alla minaccia dei mutamenti climatici, causati in gran parte dai gas serra, l'attenzione alla quantità di Co2 nell'aria è altissima. Infatti uno degli argomenti utilizzati da un certo ecologismo raffinato soprattutto di marca britannica, è la carbon footprint, ovvero la quantità di Co2 espressa da un bene di consumo ( non solo alimentare), ovvero il peso delle emissioni di Co2 prodotte nel processo di produzione, trasformazione e trasporto fino allo scaffale del negozio. Un numero che esprime, comunque, anche la zona di provenienza. Per esempio: una mela prodotta in Inghilterra, con metodi agricoli sofisticati che prevedono l'utilizzo di serre, illuminazione, riscaldamento, parte già con un calcolo di Co2 superiore a quello che potrebbe avere un simile frutto nato in qualche villaggio africano.  
In un incontro organizzato con il proposito di affrontare i temi dei mutamenti climatici e le politiche per contrastarlo, l'ambasciatore del Ghana a Londra, Annan Cato, ha sottolineato come un eventuale limitazione nelle importazioni e nei consumi di frutta e verdura provenienti dall'Africa avrebbe delle ripercussioni pesanti sulla loro fragile economia agricola. Anche perché, ha sottolineato l'ambasciatore, il tasso di Co2 inglesi imputabili al trasporto di cibo non raggiungerebbero lo 0,1% del totale delle emissioni prodotte.   
Nonostante sia sempre più pressante la richiesta di prodotti alimentari locali e frutta e verdura di stagione, secondo alcuni specialisti economici non si deve sottovalutare come la maggior parte di queste produzioni arrivino dalle zone più povere dell'Africa, dove sono riuscite ad innescare dei meccanismi di un certo rilievo economico.
"Per i consumatori britannici esistono molti altri modi per ridurre le emissioni di Co2 senza mettere a repentaglio la sussistenza della povere famiglie di agricoltori africani", ha spiegato Cato. "La riduzione di Co2 deve essere realizzata con criteri equi, razionali e scientifici", ha quindi spiegato. "Tagliando sul fronte delle importazioni dall' Africa, non è solo scorretto, ma non consentirà neppure di ottenere un consenso in prospettiva di un accordo sulle politiche climatiche a livello mondiale."