Il famoso tabloid inglese pubblica un interessante servizio sul caso delle aziende sarde indebitate.
I pastori sardi attuano uno sciopero della fame per sottolineare la fine del loro mondo
Di Peter Popham da Rome
Pubblicato: 12 ottobre 2007
Silvano
Pistis avrà a breve molto da fare. Fra poche settimane inizia la
stagione dell'agnellatura sull'isola di Sant'Antioco, a largo della
Costa sud-occidentale della Sardegna. E' il periodo più duro per il
sig. Pistis, i suoi due fratelli e la famiglia tutta perché bisogna
svezzare e ingrassare gli agnelli per Natale. Il lavoro della terra ce
l'hanno nel sangue e non c'è nulla di più tradizionale in Sardegna
dell'allevamento delle pecore - ma per la famiglia Pistis in questi giorni sembra tutto inutile.
"Non
ce la facciamo ad andare avanti," dice il sig. Pistis desolato. "Le
grandi aziende che comprano il latte delle nostre pecore per il
formaggio lo pagano 70 cent al litro - sono 30 anni che il prezzo non
sale. Ma tutto il resto è centuplicato. Avevamo dei sussidi dall'Unione
europea - 4.000 o 5.000 Euro l'anno - ma l'anno scorso sono stati
soppressi. Non possiamo più andare avanti. Non facciamo una lira. Se
continua così non avremo più un lavoro, la terra e finiremo per strada."
Oggi
mr Pistis, un uomo di 27 anni con il mento sporgente ed un'espressione
seria sul suo viso arrossato, e' a Roma. La scorsa settimana insieme ad
altri pastori e pescatori sardi hanno attuato uno sciopero della fame
negli uffici comunali di un paese della Sardegna meridionale per
attirare l'attenzione della Regione e del Governo sulla loro situazione.
Ora
hanno portato la loro lotta nella capitale perché le fosche previsioni
del sig. Pistis si stanno per avverare. Lui e la sua famiglia
potrebbero perdere tutto ciò che possiedono - pecore, terra, ovili,
foraggio, le stalle, tutto. Andrà tutto all'asta per ripianare almeno
parte dei 120.000 Euro (£83,900) che debbono alle banche.
Tutto
ebbe inizio quando nel 1988 il governo regionale della Sardegna propose
loro un bell'affare, come quelli che si offrivano allora ai contadini
europei nel periodo delle vacche grasse della Politica Agricola
Comunitaria - grandi prestiti ad un interesse fisso molto basso per
modernizzare le aziende agricole. Quattro anni dopo, l'affare si
sgonfiò platealmente quando l'UE lo dichiarò illegale sostenendo che i
bassi tassi di interesse andavano contro le regole della corretta
competizione.
Ma
a quel punto i prestiti erano già stati spesi e quando le banche
alzarono i tassi di interesse, i contadini cominciarono lentamente ad
affondare nei debiti. Oggi circa 50.000 proprietari di terra sono
debitori alle banche per circa Euro 700 milioni (£490m). La loro unica
speranza è quella di convincere il governo centrale ad adottare delle
misure di emergenza per fermare il sequestro e la vendita all'asta
delle loro terre. Ma la speranza si accompagna alla paura.
La
settimana scorsa ad un contadino in sciopero della fame è stato dato
fuoco all'azienda e Riccardo Piras, uno dei leader del gruppo che si
oppone alle svendite, ha ricevuto una lettera con il disegno di una
bara: "Ti spariamo nella schiena e incendiamo la tua terra",
minacciava.
Un
avvertimento per fermare la campagna volta a sensibilizzare il governo
sui problemi dei contadini. Le splendide coste sarde fanno gola
all'industria del turismo mediterraneo e, man mano che le lagnanze dei
contadini si amplificano, gli sciacalli della finanza speculativa si
organizzano. Il sig. Pistis non ha dubbi che se lui e la sua famiglia
venissero sbattuti fuori dalla loro azienda agricola, qualche
albergatore si aggiudicherebbe la terra a prezzi convenienti per
costruirci un villaggio turistico.
La crisi sarda è uno dei sintomi di una più vasta malattia dell'agricoltura italiana. Gianni
Fabbris, leader di Altra Agricoltura, un gruppo di pressione che
sostiene le famiglie sarde, così dice: "Per tagliare I fondi destinati
all'agricoltura, l'UE vuole ridurre il numero delle aziende agricole,
in particolare quelle dove si concentra il maggior numero di addetti.
Vale a dire le terre del Mediterraneo e l'Italia in particolare."
Questa
politica è un enigma. La pasta, il prosciutto, i formaggi, l'olio
d'oliva e altri prodotti italiani sono molto richiesti in tutto il
mondo, e tuttavia produrre in Italia - data la volatilità dei sussidi e
l'apertura alle importazioni da tutto il mondo - è diventato
maledettamente caro. Alcuni dei celebri produttori di prosciutto
italiano allevano i maiali in Romania a costi di molto inferiori per
poi riportarli in Italia negli ultimi 3-4 mesi di vita per poterli
certificare come italiani. Il grano duro usato per fabbricare la famosa
pasta italiana può essere coltivato in Ucraina o in altri Paesi meno
cari.
Nel
frattempo i contadini italiani sono con le spalle al muro. Il sig.
Fabbris prevede che entro il 2013, quando cesseranno i sussidi
dell'Unione Europea, il 40% del milione di aziende agricole del Paese potranno considerarsi estinte.
L'articolo originale lo trovate a questo link
Traduzione a cura di
Rino Sanna, Roberto Spigarolo, Francesca Febbraro e Kriss del Genzano SF
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