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LA RIVINCITA DEI MATTONCINI PDF Stampa E-mail
Friday 28 September 2007
Paura del "made in China". A Natale torneranno pupazzi e costruzioni lego.jpg
Tra agosto e settembre la Mattel, celebre per le Barbie, ha ritirato dal mercato quasi 19 milioni di giocattoli fabbricati in Cina per l'alto tasso di piombo presente nelle vernici e per la pericolosità di piccole calamite che si staccavano facilmente rischiando di essere ingoiate dai bambini. In un primo momento lo scandalo ha investito il sistema di produzione cinese. Ma poi la Mattel ha fatto marcia indietro: la colpa dei giocattoli tossici è dei progettisti americani, non delle fabbriche cinesi. Il vicepresidente della Mattel, in visita a Pechino, ha chiesto pubblicamente «scusa al popolo cinese».C'è stato un giorno non lontano in cui i pirati e i cavalieri della Playmobil hanno rischiato di rimanere senza denari. Intrappolate dalle spietate logiche global, le banche hanno cominciato a negare i finanziamenti alla casa tedesca, solo perché questa rifiutava di trasferire parte della produzione in Cina. I signori del credito ritenevano che l'apertura di stabilimenti nei domini dell'ex celeste impero fosse l'unica mossa intelligente che un produttore di giocattoli dal respiro universale potesse fare per non essere spazzato via dal mercato. Anche se tutti avevano preso la via della Seta, la famiglia Brandstätter, azionista unico della società di Zirndorf, la pensava altrimenti. Voleva restare un marchio «made in Europe». Il tempo le ha dato ragione.

Ora che il ciclone Mattel ha sprigionato tutti i suoi effetti, qualcosa è cambiato nel mondo dove i sogni dei bambini diventano realtà. Il colosso americano ha ritirato quest'anno 21 milioni di pezzi fabbricati o assemblati in Cina, giochi in apparenza innocui eppure potenzialmente tossici per materiali e vernici usati. I consumatori ne hanno tratto le conseguenze. La «psicosi gialla» (5,3 miliardi di export) si sta diffondendo fra i genitori che, finalmente, leggono etichette, marchi e le informazioni di provenienza. Sebbene l'allarme sia in qualche caso esagerato, comprano più «europeo», per istinto e prudenza, anche senza sapere che il 48% dei prodotti non sicuri è transitato da Pechino e Shanghai.

L'effetto è che s'avvicina un Natale ricco per i marchi continentali, come Lego e Playmobil, ma anche per alcune realtà italiane. Trudi e i suo orsetti paffuti, ad esempio. «Da quando è scoppiato il caso Mattel - conferma Martina Meggetto, responsabile marketing della società di Tarcento - abbiamo registrato una crescita esponenziale delle domande sulla sicurezza dei prodotti». Il fatto di avere una catena di negozi monomarca garantisce un «filo diretto» con i consumatori. La consapevolezza del cliente cresce, i fatturati inseguono. «Ci aspettiamo una stagione di espansione», stimano con cautela alla Trudi.

Una mano gliela darà Bruxelles. Mercoledì il parlamento europeo ha invocato una revisione della direttiva sulla sicurezza dei giocattoli, chiedendo che entro l'anno sia presentato un testo che stabilisca l'obbligo di indicare il Paese d'origine degli articoli importati e la creazione di un marchio di garanzia Ue. «Lo faremo» ha promesso la commissaria Meglena Kuneva, rapida a dire che, se Pechino non sarà convincente sulla qualità dell'industria nazionale, l'eurogoverno metterà al bando i suoi balocchi.

Andrea Schauer, direttore della Playmobil, è confortato. «A ripensarci - spiega -, credo che restare qui sia stata una buona mossa; oltretutto, dato il livello di prodotto di cui abbiamo bisogno, non avremmo avuto abbastanza risorse umane per ispezionare le fabbriche cinesi». La sensazione si rinnova nel quartier generale della Lego, a Billund. L'azienda danese realizza in casa il 70% dei suoi mattoncini, il resto arriva dall'Ungheria. «I giocattoli sono come la moda - assicura Iqbal Padda, vicepresidente Lego - bisogna saper reagire in fretta». Se gli stabilimenti sono troppo lontani, la cosa non è semplicemente possibile. Chiedetelo alla svedese Brio, regina del legno ormai Cina-dipendente.

E' un ritorno al futuro. «Una volta esponevamo l'etichetta Made in Italy sul fondo delle confezioni, adesso lo mettiamo in bella vista», racconta Laura Ruschetti, responsabile commerciale della Nuova Faro, tutta minicucine e altri oggetti in plastica. L'azienda non è andata in Cina perché «legata al territorio». La scelta paga: dopo un periodo in rosso, i conti cominciano a tornare. Ma la magia non funziona per tutti. Mario Bianchini, amministratore della toscana Edison, «quella delle armi giocattoli che fanno pum-pum», non vede grosse novità. «Gli acquisti - lamenta - avvengono sulla spinta delle richieste dei bambini condizionati dalla pubblicità tv». Il problema è che «che sul piccolo schermo vanno i grandi distributori, quelli che possono investire migliaia di euro per gli spot e che molto spesso vendono prodotti orientali». Forse è questione di taglia, come in tutti i mestieri. La Playmobil ha un punto diverso e pianifica di portare i suoi gioiosi figurini in Cina. Un boomerang per i nuovi ricchi di Pechino, una benedizione per il «Made in Europe». A patto che qualità e sicurezza garantiscano che un buon gioco possa durare a lungo. Senza fare male a nessuno.

MARCO ZATTERIN
FONTE:www.lastampa.it, 28 settembre 2007
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/societa/200709articoli/26185girata.asp
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