Il riso fa buon sangue, si dice, e loro il riso ce l'hanno "nel" sangue. Padre e figlio, 85 e 42 anni, Antonio e Giorgio Tinarelli. Il primo ha speso una vita a studiare il riso, cravatta e giacca rigorosamente abbottonata anche quando andava in risaia: analisi chimiche, ibridazioni, creazione di nuove varietà. Il secondo fin da ragazzino aveva un chiodo fisso, un'idea che suona strana in bocca ad un figlio di scienziato che non riceverà in eredità terre né cascine: "Da grande voglio fare il contadino". Operazione riuscita, previa laurea in Agraria. Ora Giorgio Tinarelli coltiva riso, fra cui una varietà, il Nebbione, che suo padre aveva creato nel 1932 e che negli Anni 50 era caduta in disuso perché inadatta alla meccanizzazione. Ma il Nebbione ha un asso nella manica: si presta benissimo all'agricoltura biologica perché cresce molto rapidamente, battendo sul tempo le erbacce. E Tinarelli è appunto un coltivatore bio: a Carisio, nel Biellese, conduce in prima persona 130 ettari di terreno, tutti presi in affitto in mancanza di proprietà di famiglia, e supervisiona la produzione di altri 500 ettari, anch'essi interamente coltivati con metodo bio. Di qui escono i risi di Alce Nero Mielizia, compreso il Nebbione.
Antonio Tinarelli, bolognese di nascita ma trapiantato a Vercelli poco dopo la laurea, porta con fierezza leonina i suoi 85 anni orlati di riccioli bianchi. Ha lavorato per 28 anni nella stazione sperimentale collegata all'Ente Risi, ed altri 20 alla Federconsorzi. E' il "papà" di una quindicina di varietà di risi, di cui 5 vengono tuttora coltivate: Baldo, Roma, Ribe, Loto, Sant'Andrea. Significa che porta ancora oggi la sua firma un terzo delle varietà di riso commercializzate in Italia. E poi c'è il Nebbione, per il quale però il figlio Giorgio ha ottenuto l'esclusiva.
Negli anni in cui Tinarelli ha creato il Nebbione, l'ibridazione fra risi era una faccenda complicata, che richiedeva un discreto grado di manualità. Ora le cose sono più semplici, ma il principio è lo stesso: date due varietà, ottenerne una terza che riassuma in sé le virtù dei progenitori, ma non i loro difetti. Il procedimento richiede un paio di lustri. "I primi anni le piante ibride sono tutte uguali fra loro. Poi cominciano a differenziarsi: qualche altro anno per scegliere le migliori, e infine per coltivarle in purezza", riassume Antonio Tinarelli.
Quando ha cominciato col riso bio, a Giorgio Tinarelli i colleghi dell'agricoltura convenzionale davano più o meno gentilmente del matto: per evitare i concimi chimici è indispensabile praticare la rotazione delle colture, e cosa altro vuoi far crescere su un terreno che da sempre è risaia? "Ci siamo riusciti. Su ogni campo coltiviamo per due-tre anni riso, e per i due-tre successivi orzo, soia, grano, girasole".
15 settembre 2007



