Se qualcuno aveva dei dubbi che l'Espresso fosse un giornale dei padroni, e chi vi scrive è un loro servo, è servito.
Da una parte l'articolista, tale Daniela Minerva, afferma che il biologico salva l'ambiente, (cioè il pianeta), ma subito dopo invita i consumatori a tornare ai cibi convenzionali che a livello nutrizionale sono uguali (sic!), e costano di meno. Ogni commento è superfluo, se non fosse per una tristezza infinita che attanaglia lo stomaco. Come fa a non avere vergogna per quella che dice?
Mangiare carne da allevamenti che potenzialmente possono provocare la mucca pazza è lo stesso che mangiare carne da allevamenti rispettosi del benessere animale? E lo stesso vale per i vegetali coltivati senza concimi chimici che prendono il loro nutrimento e la resistenza alle malattie (resistenza che trasmetteranno in chi le mangia) dalla fertilità del suolo, secondo un processo di trasmissione Naturale che la scienza occidentale non riesce ancora a comprendere, ma che le sue menti più illustri hanno da tempo capito. Chi ha detto: "Siamo quello che mangiamo"?
Ma voglio focalizzare solo un punto del suo articolo, in quanto lei non ha la preparazione culturale per seguirmi: parlo della cosiddetta “babele di controlli” e del colloquio con Rossana Massarenti, direttore di Altroconsumo.
Sono un agricoltore biologico e come tale ho dei problemi con gli Enti di Controllo, ma in termini diametralmente opposti a quelli da lei pubblicizzati. Mi sento quindi in dovere di spezzare una lancia a favore di questi, così stupidamente da lei attaccati. Due sono i punti che vengono rimproverati per screditarli: "...questi controllori agiscono per lo più per via burocratica. Esaminano insomma un mare di carta, ma di verifiche nei campi ne fanno davvero poche... la norma ammette che gli ispettori annuncino in anticipo la loro visita... infatti nella maggioranza dei casi le aziende vengono avvisate con buon margine." Allora, che la burocrazia sia eccessiva siamo d'accordo, ma è un carico che pesa sulle spalle di noi produttori, e che è invece tutta a favore dei consumatori, perchè se io voglio giocare sporco è nella burocrazia che posso truccare le carte. Posso avere 1 ettaro di oliveto rigorosamente (in campo) biologico, ma fatturare 10000 bottiglie di olio bio, e solo il riscontro burocratico delle fatture, unita alla conoscenza agronomica delle quantità di prodotto a parità di superficie, impedisce la truffa.
Nei campi invece, se uso concimi chimici, o fitofarmaci, restano per anni i residui, quindi se sono avvisato una settimana prima della visita dei controlli, nulla cambia ai fini dell'accertamento, anche perchè, concimi e fitofarmaci vanno dati in epoche dell'anno ben precise, altrimenti non servono, è nell'analisi del prodotto che bisognerebbe focalizzare il controllo. Quella settimana di avviso è una cortesia minima che gli Enti di certificazione ci usano per non farci sentire ancor più servi della gleba, e permettono di organizzare il lavoro della settimana in modo da dedicare un giorno intero al controllo, perchè nel mio lavoro quando è tempo di aratura io aro, quando è tempo di semina io semino, infine se Dio vuole quando è tempo di trebbiare io trebbio. In quei giorni non ho tempo per controlli o controllori. Lei (ndr la giornalista dell'Espresso) deve sapere che il controllo non è stato inventato dalla Comunità Europea con il regolamento 2078/91 , ma da noi agricoltori biologici che nel lontano 1948 ci siamo autoimposti, su proposta di Ernest Shumaker - quello di "Piccolo è bello", non quella della Ferrari - per rispetto dei consumatori. Anzi le dirò di più, che è proprio la Comunità Europea con i suoi regolamenti presenti e futuri che sta distruggendo la credibilità e la sostenibilità dell'agricoltura biologica. Ma lei tutto questo non può capirlo, continui pure a mangiare i suo hamburger da McDonald's, mentre il principe Caracciolo continuerà a mangiare biologico anche se costa di più, tanto i soldi glieli fornisce lei con i suoi articoli contro il biologico.
Alfredo Anitori



