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ETICA NEL CICLISMO CONTRO IL DOPING PDF Stampa E-mail
Scritto da Dario Muzzarini   
Wednesday 01 August 2007
Una riflessione sulle possibilità di politiche di CSR per risollevare il ciclismo dagli scandali del doping ciclismo.jpg

Si è appena concluso il Tour de France, che probabilmente verrà ricordato come un'edizione segnata dalla supremazia assoluta del doping rispetto alle prestazioni degli atleti e alla passione agonistica.

In un articolo della stampa[1], viene riportata un'interessante intervista a Jonathan Vaughters (un discreto corridore americano negli Anni 90) in cui  si spiega come questa volta sia stata sostanzialmente sancito il fallimento della lotta al doping attraverso i metodi de gli strumenti utilizzati fino ad oggi. In risposta agli scandali del doping, l'ex corridore ha fondato una squadra professionistica con un deciso e dichiarato atteggiamento antidoping.  La delusione dei corridori si ripercuote sulle squadre e sugli sponsor i quali, dal possedere una vetrina internazionale per il proprio marchio, scoprono  loro malgrado che il nome delle proprie squadre viene nominato più spesso per scandali del doping piuttosto che per i successi sportivi, con presumibile danno all'immagine del marchio.

Vaughters prosegue considerando che "essere contro il doping nel ciclismo diventerà una tendenza di successo, si potrebbe persino brevettare un marchio "etico" come quello che garantisce la qualità di certi prodotti. E gli sponsor cavalcano le nuove mode".

Questa osservazione rappresenta lo spunto per una serie di considerazioni.

In primo luogo, verrebbe da pensare che le squadre di ciclismo si stiano orientando verso atteggiamenti socialmente responsabili. In realtà, non credo sia corretto parlare di CSR nei confronti di società sportive nel momento in cui stabiliscono di giocare nel rispetto delle regole:  chi si interessa di responsabilità sociale converrà nell'affermare che il rispetto delle regole è elemento imprescindibile e indispensabile per essere socialmente responsabili, ma la responsabilità sociale di impresa consta di tutti quei comportamenti che si spingono oltre le regole, oltre agli obblighi di legge, perchè riconoscono le proprie responsabilità nei confronti della società anche qualora non siano state sancite da un legislatore nazionale o sovranazionale.

Chiedere alle squadre a tenere un comportamento marcatamente contrario al doping significa semplicemente adeguarsi alle regole in essere, diventare conformi alle norme legali. Per comprendere il concetto è come se una multinazionale si vantasse di aver deciso di non voler più far lavorare i bambini nei propri stabilimenti: non farebbe altro che adeguarsi alle norme nazionali o internazionali.

Certo, certificare l'eticità di una squadra di ciclismo può essere la leva con cui raggiungere un risultato. Tuttavia sarebbe possibile chiedere di più. In fin dei conti,  il grande (e fantastico) mondo del ciclismo muove intorno ai capitali degli sponsor. Non sarebbe forse più adeguato che fossero  proprio tali soggetti a  impedire alle squadre di ciclismo, attraverso meccanismi sanzionatori o addirittura alla rescissione del contratto di sponsorizzazione, di evitare comportamenti che possano comportare scandali legati al doping che possano quindi ledere all'immagine della società? Forse, in un periodo in cui le persone sono sempre più attente alle tematiche legate alla responsabilità sociale, una scelta del genere potrebbe essere premiante per uno sponsor e se ciò fosse vero, vincerebbero tutti: sponsor, squadre, tifosi e corridori (i più forti davvero).

Dario muzzarini

Note:
L'aricolo citato è il seguente:
[1] La stampa, 30 luglio 2007,  "Tour, verso il nuovo corso" http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/ciclismo/200707articoli/9757girata.asp


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