Il dramma accaduto alla centrale del Giappone ha stroncato il mito della sicurezza nipponica in materia, che tanti sostenitori dell'energia atomica utilizzavano a sostegno delle loro tesi. Ma questa produzione oltre ad essere pericolosa, non risponde nemmeno alla necessità di diminuire l'inquinamento da Co2 e alla crescente scarsità di petrolio
"L'ingegneria delle centrali nucleari sfida i terremoti, guardate il
Giappone!". Fra le litanie dei "rilancisti" nostrani questo era uno dei leit-motiv a proposito di sicurezza. L'evento di Kashiwazaki si incarica di mostrare l'aleatorietà di questa affermazione. Le centrali atomiche restano sì la migliore progettazione per gli aspetti di sicurezza sismica nel comparto industriale, ma ciò riguarda soprattutto il manufatto edile e non si può estendere né alle migliaia di componenti presenti all'interno dello "schermo biologico" né a quelle esterne, come i trasformatori, ad esempio, che sembrano aver avuto un ruolo primario nell'incendio seguito alle scosse telluriche.
Non è il caso di dilungarsi sui problemi di sicurezza, in assenza, oltre tutto, di elementi di conoscenza determinanti per una valutazione dell'incidente nucleare giapponese. Il problema che si riapre periodicamente, almeno nei media, nel confronto tra favorevoli e contrari è il ruolo che può svolgere il nucleare nell'era del picco di Hubbert, imminente per la produzione industriale del petrolio, e della necessità di far fronte ai cambiamenti climatici riducendo la CO2.
Ora è un fatto che nell'area dove si produce oltre il 50% dell'energia elettronucleare - Stati Uniti e UE - sono previsti solo due reattori. Nonostante il bill act, con cui l'amministrazione Bush ha tentato di favorire il nucleare sia con finanziamenti agevolati che con il riconoscimento di 1,8 cent di dollaro per kwh prodotto da un reattore "first of a kind", l'ultima centrale commissionata negli USA risale al 1978. In Europa Olkiluoto 3 - il reattore in costruzione in Finlandia - si giova dei finanziamenti previsti per i Paesi in via di sviluppo; e sul primo anno e mezzo di lavori ha già accumulato un anno di ritardo, mentre i costi galoppano per le richieste dell'Ente di sicurezza. La solita storia.
Ma nelle "tigri asiatiche" è previsto invece un balzo significativo! E' vero, ma, a tirare le somme, non si avranno entro il 2020 più di altri 50 GW nucleari, soprattutto in Cina; mentre Generation IV - il consorzio dei Paesi impegnati fin dal 2000 nel rilancio del nucleare - spera di sfornare un prototipo industriale solo qualche anno dopo.
Allora due domande. La prima: quale l'apporto di questo nucleare al taglio globale della CO2? Non è difficile stimarlo in meno dell'1%. Ma anche se l'attuale parco nucleare venisse raddoppiato - da 360 a 720 GW - entro il 2020, ipotesi del tutto campata in aria, l'effetto di riduzione dell'anidride carbonica sarebbe intorno al 5%. Peccato però che si sarebbe prima esaurita la riserva di Uranio fissile, che nel suo rapporto 2001 la AIEA - l'Agenzia della Nazioni Unite per l'Energia Atomica - valutava in 35 anni, però ai ritmi di consumo previsti allora e non davvero per un raddoppio. Per non parlare poi degli irrisolti problemi del nucleare: dalle scorie radioattive più pericolose a quella proliferazione di armi atomiche che Ahmanidejad ha così ben lumeggiato ai dememori e agli ottusi.
La seconda: nel frattempo, attesa l'inadeguatezza del nucleare contro l'effetto "serra" e la "fine del petrolio" che si fa? La strada maestra è stata tracciata dalla UE, e segnatamente dall'altissima mediazione operata da Angela Merkel nel marzo scorso, con gli ormai tre famosi, ma non troppo, 20%: riduzione della CO2, risparmio energetico e copertura di tutto il fabbisogno energetico della UE (non della sola quota parte elettrica) con fonti rinnovabili. E' un'incredibile sfida economica, di innovazione tecnologica e di ridefinizione sociale, cui neanche l'America guidata da Bush può del tutto sottrarsi; mentre ci sono tutti i segni che diverrà la sfida della campagna delle presidenziali americane, con un colossale spostamento di interessi industriali e finanziari. Qualcuno se ne rammaricherebbe? E anche la Cina, che entro i prossimi tre anni raggiungerà gli US al vertice dei paesi che più inquinano con la CO2, difficilmente potrà sottrarsi.
Ma allora perché riprodurre quello che nel nostro Paese mai nulla è stato più di un chiacchiericcio, anche col "favorevole" governo Berlusconi: avete mai visto Formigoni localizzare un sito per una centrale atomica in Lombardia? E a coloro che inneggiano a Veronesi, che cerca di spiegare al "contrario" Rubbia la necessità del nucleare, potremmo suggerire di porsi la domanda: ma voi, fareste operare di tumore un vostro caro da Rubbia?
Aprile, 20 luglio 2007




