Non sapeva nulla della produzione risicola ma aveva vinto un concorso da tecnico. Antonio Tinarelli, bolognese, arrivò la prima volta a Vercelli nel marzo del ´53
Antonio Tinarelli ricorda ancora la sera di marzo del 1953 quando
arrivò per la prima volta a Vercelli. C´era una grande nebbia, tanto
che vedeva appena i suoi piedi quando camminava, e non c´era nessuno in
giro per le strade. Non sapeva nulla di riso, aveva vinto un concorso
per il miglioramento genetico delle piante coltivate e gli avevano
offerto un posto alla stazione sperimentale di risicoltura. Non
immaginava che il riso sarebbe stato la sua vita.
Voglio
raccontare la sua esperienza mettendo in luce, prima dei suoi molti
meriti scientifici, la sua straordinaria umanità, la sensibilità e la
positività espressa in quella stagione entusiasmante - dal 1967 al
1975-78 - in cui la cultura scientifica, il sapere dei tecnici e gli
aggiornamenti in tema di miglioramento agricolo, vennero trasmesse con
un´attività senza soste di conferenze e incontri con i risicoltori che,
inizialmente scettici, a lui che, bolognese, non sapeva il dialetto
locale, erano soliti rispondergli «al dis duttùr?». Allora spiegava
ancora, e meglio, e dava loro gli strumenti per capire e emanciparsi.
Sapeva essere semplice: aveva lavorato con loro nelle risaie, a piedi
nudi, dove la prima cosa da imparare è reggersi saldi in piedi e
avanzare senza cadere nel fango. Aveva seminato, mondato e raccolto il
riso, aveva ascoltato con rispetto e umiltà chi conosce la terra. E i
risultati si videro: quell´attività potente di divulgazione agricola
cambiò il volto della risicoltura italiana.
Tinarelli oggi non
svolge più ricerca ma alcune tra le varietà più note sul mercato sono
state selezionate da lui e dal suo gruppo di lavoro: il Baldo, il Roma,
il Sant´Andrea, il Loto, il Ribe e altre meno note ma che fanno parte
della storia del riso italiano.
Con la meccanizzazione, l´impiego
dei fertilizzanti e dei pesticidi, l´impianto di varietà di alta
qualità aumentarono le rese in modo impressionante, ma finì un mondo e
la cultura delle risaie andò perduta. Tinarelli però non è un
nostalgico: ricorda che gli s´ciavandè, i salariati delle risaie, in
dialetto vercellese - la cui etimologia è facile ricondurre al latino
sclavus - avevano vita tristissima. Molti testi ricordano le fatiche
delle mondine, ma nessuno racconta le giornate di duro lavoro, poco
retribuito, dei contadini. La gerarchia delle cascine prevedeva che il
primo ad alzarsi, all´una di notte, fosse il capo mungitore, seguito
verso le 3 dal capo cavallante che, schioccando la frusta nella corte,
svegliava chi era incaricato di governare i cavalli. Seguivano gli
altri e la giornata finiva al tramonto, tutto l´anno. Le grandi tenute
dove vivevano anche 500 persone, dove tutti i bisogni di una piccola
comunità erano soddisfatti, oggi sono vuote e silenziose e grandi mezzi
meccanici sono parcheggiati nell´erba. Bastano solo dieci uomini per
coltivare 800 ettari.
Tra Vercelli, Novara, Milano e Pavia si
concentra più della metà delle coltivazioni europee di riso: solo l´uno
per cento circa del mondo. Il cereale che nutre un terzo della terra è
coltivato dall´Arkansas al Giappone.
In Vietnam, Thailandia, Pakistan,
Indonesia, Cina, dove Tinarelli ha viaggiato e lavorato, si coltiva
ancora manualmente e le rese sono spesso la metà di quelle ottenute nei
paesi ad agricoltura moderna. Ma i costi di produzione sono
incomparabilmente più bassi e la concorrenza dopo il 2013, quando le
sovvenzioni europee non garantiranno più i redditi, sarà feroce. Le
loro produzioni impiegano trattamenti chimici proibiti in occidente da
decenni e gli ogm avanzano. Tinarelli è un uomo di scienza e si augura
che la ricerca continui, ma denuncia la poca attenzione riservata alle
conseguenze sull´ambiente, alle mutazioni degli insetti e dei
microorganismi del terreno. La chimica e le nuove tecniche di
coltivazione hanno scacciato le rane, le libellule e i pipistrelli che
si nutrivano degli insetti delle risaie e hanno vinto le zanzare, più
aggressive e numerose di un tempo: corriamo il rischio di ritrovarci un
ambiente pericolosamente mutato. Anche la proprietà delle sementi -
sono ben 229 i brevetti sul riso - è espropriata alle comunità dei
piccoli produttori. «Non sono un uomo di sinistra - conclude Tinarelli
- ma nella vita ho capito che il capitale, il denaro, rovina il mondo».
I suoi impegni più recenti sono simbolici: il recupero di una
antica varietà del 1936, il Gigante Vercelli, che il figlio Giorgio
coltiva biologicamente alla tenuta Nebbione di Carisio e una raccolta di versi sulla vita nelle risaie di un poeta dialettale vercellese.
La Repubblica, 6 luglio 2007
|