Dai supermercati di Sydney, Pechino, Berlino, Budapest: da oggi in mostra a Roma le "opere" dei pirati della tavola
Il
suono del formaggio inganna: Parmesan, Parmeson, Parmesao, Pamesello,
Parma. La descrizione precisa: "fresh grana cheese", "perfect
italiano", "natural and italian". Peccato che d´italiano e di
Parmigiano vero, quello Reggiano Dop, non ci sia nulla. Formaggi o
presunti tali, ma anche pelati, olio, spaghetti e aceti balsamici per
niente di Modena che infatti vengono dall´Australia, dalla Germania,
dal Belgio, dalla Cina. La Coldiretti è andata in giro per supermercati e negozi in tutto il mondo, è tornata con copie di tagliatelle e mozzarelle, pelati e prosciutti falsi, "Caberlot classico" dalla Romania e dall´Estonia sughi alla bolognese ma senza ragù. Se non fossero degli autentici falsi, dunque dei fasulli colpevoli, alcuni meriterebbero vera ammirazione. Sembrano opere d´arte pop. E infatti vanno in mostra oggi a Roma al centro congressi di palazzo Rospigliosi, sede dell´associazione degli agricoltori, proprio davanti alle Scuderie del Quirinale. Hanno scelto un giorno importante per l´inaugurazione, proprio oggi l´Avvocatura Generale della Corte di Giustizia europea darà il proprio parere sull´uso della denominazione Parmesan per formaggi di imitazione prodotti in Germania. Una tappa che viene definita «storica», anche se si tratterà solo di un pronunciamento orientativo, la sentenza definitiva è attesa entro l´anno.
La questione che affronta è tra le più appassionanti degli ultimi anni, ha coinvolto a vario titolo tecnici e non solo. È approdata al massimo organo giurisdizionale europeo nel 2002 quando diversi governi hanno sottolineato che la denominazione Parmesan non era generica, ma costituiva la traduzione fedele della Dop Parmigiano-Reggiano. La Germania, di rimando, ha sostenuto che sono da considerarsi generici anche i termini Parmigiano e Reggiano, aprendo così un confronto più aspro di un derby. «Ora ci aspettiamo una decisione coerente e serena» ammette il presidente di Coldiretti Sergio Marini. «I pirati del cibo provocano danni economici, falsificano identità territoriali confondendo i consumatori. Bisogna rendere obbligatoria l´etichettatura con l´origine dei prodotti».
Mentre si ragionava su Parmesan sì o no, l´agropirateria si organizzava. Eccole le alternative al Parmigiano Reggiano e Grana Padano, i due prodotti tipici più imitati nel mondo: "Parmesao" in Brasile, "Regianito" in Argentina, "Reggiano" e "Parmesano" in Sudamerica, "Parmeson" in Cina e "Parmesan" dagli Usa al Canada, dall´Australia fino al Giappone, ma anche "Grana Pardano", "Grana Padana" o "Grana Padona". Difficile distinguere la furbizia dall´errore. Se Parmesan sarà giudicato illecito, i grandi marchi come la Kraft hanno già lanciato il grattugiato "Pamesello", in Spagna il toponomastico Parma.
Fantasia al potere sui deschi internazionali: all´estero è una patacca un prodotto alimentare italiano su quattro, Australia e Usa i più copioni. Tra un falso provolone del Wisconsin e un Amaretto di Venezia tedesco, il mercato internazionale del made in Italy taroccato vale oltre 50 miliardi di euro, il triplo di quanto esportiamo. Un´industria che simula una qualità che non esiste, straccia la proprietà intellettuale, inventa territorialità surreali. Non ha pregiudizi di classe, minaccia paesi ricchi e poveri, grandi corporation e aziende familiari. È anche un fenomeno interessante della globalizzazione, ne svela i (falsi) miti, possiede un disinvolto sincretismo culturale: bandiere tricolori accanto a indiani d´America (mozzarella biologica del Minnesota), una specie di Sofia Loren con cesti di pomodori sottobraccio e sullo sfondo colline simil-senesi per la "Contadina", salsa di pomodoro californiana; "Romulo" l´olio extra vergine spagnolo con tanto di Lupa che allatta i gemelli fondatori. Ma è un Pecorino il più immaginifico: una bella foto con una mucca sopra, il verde-bianco-rosso per millantare l´italica provenienza. Viene dalla Cina, dove scippano il copyright anche alle pecore.
La Repubblica, 28 giugno 2007



