Processo agli integratori. Nel mondo se ne abusa. Per un business miliardario. Ora la scienza lancia l'allarme. E documenta tutti i gravi rischi
Pillole, capsule, granulati a base di frutta di
ogni genere, verdura, estratti vegetali, tè, radici, sali minerali e
quant'altro. Non c'è quasi limite a ciò che i pingui cittadini
occidentali sono disposti a ingurgitare con un unico obiettivo:
sconfiggere il nemico per eccellenza, i radicali liberi, allungare la
propria vita e scongiurare il rischio di malattie quali l'infarto,
l'ictus, il cancro, il diabete.
Quello dei supplementi vitaminici è ormai un business colossale che, secondo i
National Institutes of Health, alimenta solo negli Stati Uniti un
mercato da 23 miliardi di dollari all'anno, cresciuto nell'ultimo anno
del 18 per cento e grazie al quale un americano su due non esce di casa
la mattina se non ha saccheggiato la sua farmacia vitaminica casalinga.
L'Italia non è da meno: nel 2005 sono stati venduti integratori per 163
milioni di euro (con un calo del 4,6 per cento rispetto al 2004), e
questi prodotti rappresentano ormai l'1,3 per cento dell'intero mercato
farmaceutico (in Francia lo 0,7, in Gran Bretagna lo 0,6).
Ma quanto è
fondata questa passione per le vitamine? Da anni studi di vario tipo
ammoniscono che persone sane e prive di carenze specifiche di vitamine
non hanno bisogno; che è il medico a stabilire se le carenze ci sono,
in seguito a trattamenti farmacologici, in presenza di specifiche
patologie o per le più diverse ragioni. Ma, insieme, fioriscono
ricerche sugli effetti protettivi di questa o quella vitamina. Oppure,
eccone altri che allarmano: addirittura, secondo l'ultima grande
analisi pubblicata sulla rivista 'Jama', l'uso di beta carotene e
vitamina E (due vitamine ad attività antiossidante) potrebbe esporre a
rischi assai gravi. Insomma, è una vera Babele. Che fare? Proviamo a
capirci qualcosa.
La confusione nasce dal fatto che da una parte ci sono i risultati degli studi epidemiologici, ovvero fatti su
gente in carne e ossa, che non incoraggiano l'uso di supplementi, e
dall'altra ci sono le ricerche di base, in provetta o sugli animali da
laboratorio, che ancora non sono venute a capo del filo che lega questi
composti a processi complicati come l'invecchiamento, l'insorgenza di
un tumore o di una malattia del cuore. Secondo gran parte della
comunità scientifica, la complessità dei meccanismi coinvolti spiega
perché presupposti teorici validi e dati ottenuti in vitro forniscano
una rappresentazione della realtà biologica
così diversa da quella che si ritrova nel corpo umano: fino a quando il
quadro non sarà ricomposto in un tutto armonico, usare
indiscriminatamente supplementi vitaminici è inutile, quando non
rischioso.
Poche settimane fa la Bibbia della medicina
americana, 'Jama', ha pubblicato quello che da molti viene giudicato il
verdetto definitivo sulle vitamine: una metanalisi di un gruppo della
Cochrane Collaboration su 68 sperimentazioni condotte su un totale di
oltre 230 mila persone dimostra che beta carotene, vitamina A ed E
possono aumentare la mortalità, e ribadisce che per la C e il selenio i
dati non permettono di giungere a una conclusione definitiva. Poco
dopo, il 'Journal of the National Cancer Institute' ha dato spazio a
un'altra indagine del National Cancer Institute condotta su 300 mila
uomini, dalla quale è emerso che un consumo eccessivo di vitamine
aumenta del 30 per cento il rischio di avere un tumore alla prostata
più aggressivo, e raddoppia il rischio di morte. Secondo i più
moderati, vi sarebbero troppi gap negli studi condotti finora: persone
con situazioni di salute molto diverse, dosaggi i più vari, misurazioni
di indici di malattia non confrontabili, e questo impedirebbe di
pronunciarsi in un senso o nell'altro.
La conclusione, per gli
scienziati, appare chiara: gli alimenti che contengono un antiossidante
proteggono, le singole sostanze no. Come mai? Le risposte a questa
domanda sono diverse. Spiega Cristina Scaccini, ricercatrice
dell'Istituto nazionale della nutrizione (Inran) di Roma: "La
complessità dei fenomeni biologici
non rende mai direttamente trasferibile in vivo un risultato ottenuto
in vitro: alcuni fattori, tra i quali la biodisponibilità,
l'assorbimento, la forma chimica in cui è una sostanza presente negli
alimenti, sono alla base della sua attività. Ma l'interazione tra un
alimento e un organismo vivente dipende anche dal corredo genetico di
quest'ultimo, che condiziona il modo in cui ognuno reagisce
all'ambiente circostante: dalla risposta agli stimoli dipende il fatto
che una certa sostanza possa o meno portare a una condizione
prepatologica o, viceversa, esercitare un'azione protettiva".
Secondo
alcuni, il legame tra vitamine e prevenzione è dovuto soprattutto al
fatto che, di solito, chi adora vitamine e supplementi vari è più
attento alla propria salute, mangia meglio, fa più attività sportiva.
Chiarisce Scaccini: "In parte è così e non solo per lo stile di vita:
avere un'alimentazione basata sul consumo di almeno cinque porzioni di
frutta e verdura al giorno aiuta a non consumare, sostituendoli con
altri più sani, alimenti associati a un rischio elevato per le
patologie cronico-degenerative quali, per esempio, cibi ricchi di
zuccheri raffinati e grassi ossidati: è il cosiddetto effetto
diluizione delle sostanze nocive".
Tra i ricercatori, inoltre,
c'è chi punta sulla presenza nei vegetali integri e freschi di fibre e
sostanze non vitaminiche ad azione antiossidante come i polifenoli, che
possono neutralizzare i radicali libero nello stomaco e nell'intestino
proprio nel momento in cui si formano. Un effetto, questo, che non si
ottiene con una pillola, magari presa a digiuno. Ancora Scaccini: "Gli
antiossidanti sono contenuti negli alimenti non come in una pillola, ma
come parti di strutture complesse e, ancora più importante, entrano
nell'organismo in un momento cruciale, quello della digestione".
C'è
poi l'ipotesi più ardita, quella che pone l'accento sul ruolo dei
radicali liberi. Spiega un altro ricercatore dell'Inran, Fabio Virgili:
"In giusta dose, i radicali svolgono molte funzioni fondamentali, e la
loro presenza attiva un efficace sistema di difesa da parte
dell'organismo, che comincia a produrre tutto quello che è necessario
per neutralizzarli". In altre parole, una modica quantità di radicali
liberi sarebbe indispensabile per un buon funzionamento del corpo e
perché stimolerebbe reazioni utili, e non avrebbe dunque senso tentare
di neutralizzarli a ogni costo; un eccesso farebbe andare il sistema in
tilt, lasciando spazio solo agli effetti nocivi. In ogni caso, aggiunge
Scaccini, "i radicali liberi sono una delle componenti delle principali
patologie cronico-degenerative, ma non l'unica: un apporto elevato non
comporta tout court una protezione. Oltre a ciò, il ruolo biologico
di molti antiossidanti va oltre: per esempio, molti flavonoidi e le
diverse forme della vitamina E, tocoferoli e tocotrienoli, sono in
grado di modulare, in modo positivo e indipendente dall'azione
antiossidante, diversi processi intracellulari".
L'epoca d'oro
di questi composti affonda le sue radici in alcuni studi degli anni
Cinquanta, che dimostrarono come le basi molecolari di molte malattie,
tra cui quelle cardiache, quelle neurodegenerative come l'Alzheimer, il
cancro, la cataratta, il diabete, l'ictus e altre, potevano essere
legate all'azione di sostanze altamente reattive, i temuti radicali
liberi, prodotti normalmente dal metabolismo cellulare, ma presenti
anche nell'atmosfera (nell'ozono), nel fumo di tabacco, negli
inquinanti ambientali e negli alimenti.
Poi, negli anni
Ottanta, la svolta: la scoperta, derivata da grandi studi
epidemiologici, che tutte queste malattie potevano essere in varia
misura prevenute con una dieta ricca di frutta e verdura. Ma i vegetali
sono i depositi naturali di antiossidanti, perché si devono difendere
dall'ossigeno che essi stessi producono durante la fotosintesi. Ed ecco
la quadratura del cerchio: se frutta e verdura prevengono, le sostanze
attive nei vegetali, cioè gli antiossidanti, assunti da soli o aggiunti
a certi alimenti, dovrebbero di certo funzionare di più e meglio. A
rafforzare questa idea, negli stessi anni, i dati in vitro continuavano
a confermare che alcune vitamine avevano anche un'efficace azione
antiossidante.
Questo il razionale che ha portato alla
situazione attuale, cioè alla vendita e al consumo di antiossidanti per
ogni possibile impiego. Ma più passa il tempo e più i tentativi di
convalidare i dati in vitro e l'impostazione teorica non reggono.
Il
caso più eclatante è quello della vitamina A e del suo derivato beta
carotene, protagonista di un clamoroso capovolgimento di fronte. Negli
anni Settanta, infatti, alcune ricerche epidemiologiche mostrano che
chi mangia molte carote è protetto, soprattutto se fumatore, dal tumore
del polmone, e questo spinge molti medici a consigliare capsule di beta
carotene proprio ai fumatori. Ma nel 1992 uno studio del National
Cancer Institute, eseguito su 18 mila persone ad alto rischio,viene
bruscamente interrotto dopo due anni (contro i sei previsti), perché
l'incidenza di cancro ai polmoni nei trattati è superiore del 28 per
cento rispetto alla popolazione di controllo, e la mortalità del 17 per
cento. Oggi i National Institutes of Health sconsigliano i fumatori
dall'assumere beta carotene.
Qualcosa di analogo si è
verificato con la vitamina E: nei primi anni Novanta un famoso studio
fatto su più di 87 mila infermiere mostra che coloro che assumono più
vitamina E hanno il 41 per cento in meno di rischio di malattie
cardiovascolari; una ricerca analoga su quasi 40 mila uomini porta a
conclusioni simili. Risultato: alla fine degli anni Novanta quasi 23
milioni di americani assumono ogni giorno vitamina E. Ma, dopo quei
primi studi, nessuno ha mai replicato i dati.
Anche per la C,
per restare solo alle vitamine antiossidanti più popolari, delusioni a
raffica. Lo studio Women's Health Initiative, tra gli altri, ha
dimostrato che un eccesso di acido ascorbico può accelerare
l'aterosclerosi nei diabetici, e che comunque l'unica azione rilevabile
sui radicali liberi è quella in soggetti che hanno una carenza.
In
ogni caso, ecco come conclude Virgili: "Da decenni, organismi nazionali
e internazionali redigono indicazioni sui livelli di nutrienti che
garantiscono ampiamente i fabbisogni della media della popolazione,
anche in condizioni quali la crescita, la gravidanza, l'allattamento e
l'invecchiamento. Per tutti i nutrienti, e anche per le vitamine
antiossidanti, questi livelli si raggiungono facilmente con una dieta
bilanciata. E una corretta alimentazione non può essere trasformata in
una terapia farmacologica".
Le pagelle degli antiossidanti
Da
anni la Cochrane Collaboration indaga sulla somministrazione di
vitamine ad attività antiossidante e integratori vari, e i suoi archivi
(www.cochrane.org) ospitano ormai centinaia di studi sui più diversi
aspetti. Ecco l'identikit di alcuni tra i più amati nemici dei radicali
liberi e alcune delle conclusioni più significative su benefici
dimostrati e non dimostrati dei supplementi che li contengono.
Vitamina A (retinolo) e derivati (beta carotene): indispensabile per la
vista e la differenziazione cellulare, e quindi nella crescita e nello
sviluppo, se assunta in eccesso può danneggiare il fegato, dove si
accumula. Il fabbisogno giornaliero è di 0,6-0,7 mg e la si ritrova
soprattutto nei vegetali color rosso-arancio.
Sì:
per diminuire il rischio di malattia e morte nei neonati prematuri,
anche se il suo uso è associato a un aumento di rischio di infezioni;
per prevenire le complicanze del morbillo.
No: in forme
locali, per curare la dermatite da pannolino nei neonati; per prevenire
il tumore del polmone; per prevenire la trasmissione del virus Hiv da
madre a figlio; per prevenire i tumori dello stomaco.
Vitamina E
(tocoferolo): fondamentale, grazie alle sue qualità antiossidanti, per
il mantenimento dell'integrità delle cellule, si altera facilmente ma è
anche molto diffusa nei frutti oleosi (noci e simili). Il fabbisogno
giornaliero si aggira attorno agli 8 milligrammi.
Sì: per favorire lo sviluppo dei neonati prematuri, anche se aumenta il rischio di infezioni.
No:
per prevenire o rallentare le demenze; in gravidanza; contro le crisi
epilettiche; in creme, per prevenire le smagliature in gravidanza.
Vitamina
C (acido ascorbico): partecipa a molte reazioni dell'organismo e svolge
un'efficace azione antiossidante; il fabbisogno giornaliero è attorno i
75-90 milligrammi e la si ritrova in molta frutta e verdura (agrumi,
kiwi, frutti di bosco).
Sì: per prevenire la polmonite in zone ad alta diffusione; per prevenire l'asma.
No:
per prevenire o trattatare il raffreddore, qualche effetto può essere
visibile solo in soggetti particolarmente deboli; per prevenire parti
prematuri e nascite di bambini sottopeso; per prevenire tumori dello
stomaco; in gravidanza.
Selenio: favorisce il ripristino dei
tessuti danneggiati e il buon funzionamento del sistema immunitario a
dosi bassissime (ne bastano circa 50 microgrammi al giorno),
raggiungibili con una normale alimentazione.
Sì: per combattere
il rischio di infezioni; come adiuvante nella terapia dell'asma; per
favorire la crescita dei neonati prematuri, diminuendo il rischio di
infezioni.
No: per favorire la ripresa dopo un ricovero in
terapia intensiva; per combattere le conseguenze della chemio e della
radioterapia nei malati di tumore.
Miscele di antiossidanti: quasi sempre a base di vitamine A, E, e possono contenere le sostanze più varie.
Sì: per prevenire la degenerazione maculare senile.
No:
per prevenire l'insorgenza dei tumori gastrointestinali; per trattare i
sintomi della sclerosi laterale amiotrofica o quelli della sclerosi
multipla.
Se il test si fa con un kit
Sono considerati innocui lifestyle test, cioè esami che si possono fare
come una sorta di gioco, perché non hanno conseguenze sulla salute. Per
questo non sono soggetti a una regolazione stringente come quella
sempre più spesso adottata per i test genetici, e la loro vendita su
Internet sta aumentando. I test per la nutrigenomica, eseguiti per
verificare quali alimenti e supplementi possono avere effetti benefici
sulla salute a seconda del Dna e dello stato di salute, stanno
cominciando a preoccupare le autorità sanitarie, perché rappresentano
il viatico per un'assunzione indiscriminata di integratori: company
come la Sciona, la Boulder, la Gneelex, la Market America e la Suracell
vendono kit diagnostici che, per cifre che variano dai cento ai mille
dollari, promettono di individuare le carenze individuali e di
consigliare un'integrazione personalizzata. Esistono test come quello
dell'azienda pù famosa, la Sciona, che attraverso l'analisi di 19 geni
fornisce informazioni sulla salute delle ossa, del cuore, sullo stato
ossidativo e
sulla capacità dell'organismo di disintossicarsi; altri, come quello
della Consumer Genetics rivelano quanto si è sensibili alla caffeina
e, di conseguenza, se i rischi sono maggiori dei benefici; altri ancora
descrivono i livelli di omocisteina, la cui concentrazione è associata
a un aumento del rischio cardiovascolare e può essere corretta con
alcune vitamine del gruppo B; e la lista potrebbe continuare.
Ma che cosa ne pensano gli esperti?
"L'obiettivo di una nutrizione personalizzata, che tenga conto delle
differenze genetiche in individui diversi, è molto stimolante",
commenta Fabio Virgili, ricercatore dell'Inran: "In prospettiva si
potrà arrivare a una definizione di fabbisogni personali, piuttosto che
non genericamente suggeriti ad ampie fasce di popolazione più o meno
omogenee per età o per condizione fisiologica (gravidanza,
allattamento, terza età) o patologica. Però si deve tener presente che
nella maggior parte delle patologie umane la componente genetica è
estremamente complessa (e ancora poco compresa) e che quasi tutte sono
multifattoriali, cioè dipendono da più concause: a oggi siamo in grado
di descrivere solo una piccola parte limitata dei fattori che
predispongono alle principali malattie, e ancor meno di descrivere con
esattezza in che modo e quali elementi nutrizionali agiscano su tali
componenti. Per questo la presenza sul mercato di 'kit nutrigenomici' al momento è del tutto prematura e ingiustificata".
L'Espresso, 18 giugno 2007
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