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TOSCANA, DALL'ENERGIA ALTERNATIVA IL FORMAGGIO "GEOTERMICO"

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Slow Food ha stipulato un protocollo d'intesa con il Consorzio Sviluppo Aree Geotermiche, attribuendo al distretto il riconoscimento di Prima Comunità Mondiale del Cibo ad Energia Rinnovabile

fluido_geotermico.jpgQuando si parla di energie rinnovabili si pensa al sole o al vento, ma pochi sanno che la temperatura della terra aumenta di 3 gradi ogni 100 metri di profondità e che quindi il sottosuolo rappresenta una fonte di calore ed energia. Sfruttarle non è però facile, per costi e tecnologia, a meno che il rapporto profondità-temperatura non sia molto più favorevole, come in Islanda, dove l'intero fabbisogno energetico viene soddisfatto dal sottosuolo. Ma anche in Italia abbiamo un'area di 1200 chilometri quadrati tra le province di Siena, Pisa e Grosseto, dove si utilizza il vapore che fuoriesce dal sottosuolo per azionare turbine, riscaldare case, produrre energia elettrica.

L'Enel ricava da quest'area il 28% di tutta l'elettricità consumata in Toscana. I nove piccoli Comuni che insistono sulla zona hanno deciso di sfruttare in modo più razionale quella risorsa: nel 1988, finanziato dalle istituzioni toscane, prima fra tutte la Regione, è stato istituito il Consorzio Sviluppo Aree Geotermiche e in questi giorni è nato il primo Distretto delle Energie Rinnovabili. Lì si promuovono iniziative di ricerca sulle energie rinnovabili, si rilanciano forme di agricoltura sostenibile a partire dalla geotermia, si recuperano produzioni tradizionali avvalendosi di energia pulita.

Esiste già un eccellente formaggio «geotermico»: altri produttori potrebbero dar vita a nuove filiere pulite. Slow Food ha stipulato un protocollo d'intesa con il Consorzio, attribuendo al distretto il riconoscimento di Prima Comunità Mondiale del Cibo ad Energia Rinnovabile. È un'esperienza che merita di essere conosciuta e valorizzata: loro hanno la fortuna di stare seduti sul calore, ma tutti hanno maree, aria, sole. È l'unica alternativa al collasso.

Inoltre, quando parliamo di cibo pulito, possiamo far riferimento soltanto alle pratiche agronomiche, ai marchi «bio» o alla naturalità di certe produzioni tipiche? Non dovremmo anche preoccuparci di quale energia sia stata utilizzata per ottenere quel prodotto? È pulita? È rinnovabile? Ecco una nuova sfida anche per Slow Food. Esagerati, direte voi, non potremo mica pretendere tutte quelle informazioni! Ma non vi pare che il destino del pianeta e le nostre vite valgano qualche sforzo in più?


La Stampa, 28 maggio 2007
 

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