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MILANO, IL JEANS ETICO CONQUISTA LE DONNE PDF Stampa E-mail
Thursday 10 May 2007
jeans_eticoDimenticate camicioni di juta orticante, pantaloni unisex, scarpe a zero impatto ambientale e zero gusto. La moda etica ha infilato i jeans, ecologici ma belli. E griffati: Levi's, Coop, LifeGate, Mavi. «Quattro marchi lanciati sul mercato in soli 5 mesi, da novembre 2006 a marzo di quest'anno: bastano per parlare di boom?».

È una domanda retorica, quella di Eugenia Montagnini, docente di Sociologia del territorio alla Cattolica e autrice, con Carla Longhi, di «La moda della responsabilità» (Franco Angeli), nelle librerie dal prossimo luglio. Il libro parte proprio dai jeans per analizzare il boom della moda con un buon impatto sociale e ambientale, definendola come «l'ultimo anello della catena dei consumi responsabili, dopo il cibo e la finanza». Montagnini considera Milano un osservatorio privilegiato sul fenomeno, che ha diviso in tre categorie: l'usato, il biologico e l'equosolidale.

I settori della moda responsabile che vendono di più?
«Il biologico e l'equosolidale. Gli abiti usati no. Pochi li acquistano come gesto etico. A parte qualche caso isolato, come gruppi di acquisto che organizzano vendita e scambio, all'usato ricorrono le patite del vintage a caccia di pezzi unici».

Chi fra i milanesi compra abiti etici?
«Soprattutto donne, tra i 35 e i 45 anni, con una cultura medio alta e sensibili alle istanze sociali. Contrariamente a quanto spesso si dice, la merce non è molto più cara di quella prodotta senza tener conto dell'impatto socio ambientale: i nuovi jeans citati vanno da 25 a 100 euro».

Si risparmia sull'estetica?
«No. Oggi etica e estetica sono imprescindibili, una maglietta in cotone biologico prodotta nel Sud del mondo può essere etica fin che vuole, ma se non è bella non verrà mai venduta. Fino a qualche anno fa, acquistavano abiti realizzati con fibre ecologiche solo i cosiddetti consumatori impegnati che consideravano l'abbigliamento etico come una forma di attivismo. Non è più così: il consumatore impegnato oggi è anche emozionale ed esteta, attento alle sensazioni insite nel prodotto».

Quanti dei prodotti venduti come etici lo sono davvero?
«Fare una stima è difficile. Basti dire che i jeans lanciati da Levi's sono fatti di cotone coltivato senza additivi per una percentuale tra il 60 e l'80%, e che non hanno certificazione. Benché esistano più di cinque marchi che certificano la qualità dei prodotti, dal biologico al fair trade, la certificazione non è criterio principale di scelta».

Cosa guida, allora, nell'acquisto?
«Si cerca soprattutto un prodotto con la filiera corta: è il caso dei jeans di LifeGate, delle magliette Tessere il Futuro del circuito Chico Mendes e dei diamanti della gioielleria Belloni acquistati in Canada, dove sono estratti. Più della certificazione, interessa il circuito virtuoso attraverso cui il prodotto è commercializzato: i gruppi di acquisto, o uno spot di Radio Popolare sono considerate garanzie».

Qual è il segno distintivo della moda etica?
«Oltre alle cooperative che vendono merce realizzata nel Sud del mondo, i produttori di moda etica sono associazioni, imprese di famiglia e organizzazioni non governative».
Non considera moda etica quella proposta dalle griffe? «Iniziative come Red, la linea solidale di Armani, sono etiche solo in quanto devolvono una parte dei profitti al non profit. Come pure H&M, Calzedonia e Intimissimi».


Il Corriere della Sera, 10 maggio 2007
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