Il presidente Tocco: «Lo scenario mondiale chiede l'uso di energia di origine vegetale»
Politico per vocazione, sindaco prima e presidente di Provincia poi per elezione, cultore "agricolo" per probabile determinazione genetica. Fulvio Tocco, presidente del Medio Campidano, la cosidetta «Provincia Verde» per via della sua specificità agricola, si infiamma quando si affrontano i temi dell'agricoltura. E' il suo campo di battaglia, pochi come lui, a livello politico, conoscono il settore. E soffre, soffre moltissimo nel constatare che questo comparto, per quanto rimanga con la pastorizia il principale dell'economia isolana, annaspa da sempre nella crisi permanente. Il presidente del Medio Campidano ha, manco a dirlo, una sua ricetta personale per guarirne i mali. Partendo da un'anamnesi regionale a tutto campo, indica anche chi deve farsi carico per competenza delle applicazioni terapeutiche: lo Stato, la Regione e, proposta del tutto innovativa, l'Università di Sassari con la sua facoltà di Agraria. Deve essere l'Ateneo sassarese - secondo il Fulvio Tocco pensiero - a indicare la terapia per guarire e rilanciare l'agricoltura sarda.
- Presidente Tocco, è davvero così tragica la situazione dell'agricoltura nel "suo" Medio Campidano e in Sardegna in genere?
«La società civile deve riscoprire questo settore prima che sia troppo tardi. Per il Medio Campidano, la "provincia verde", il cuore della sua economia è sicuramente nelle campagne. Ma è il quadro generale che è grave».
- Da dove iniziare la cura?
«Faremo bene tutti a discutere sul nuovo ruolo che l'agricoltura dovrà assumere come fornitore non solo di derrate alimentari, ma anche di energia. Questo dibattito deve andare oltre l'impresa agricola perchè coinvolge tutta la società civile. Gli esperti dell'Università di Sassari possono dare una mano alla Sardegna nel delineare gli scenari futuri. L'innovazione scientifica, in una regione che da oltre vent'anni sembrava avere una bassa propensione a produrre modelli e vedute dei cambiamenti che ci condurranno al 2020, ha il dovere di dare una mano. Chiunque ricopre un incarico di responsabilità (la cosiddetta classe dirigente) deve mettere del suo per lavorare a favore dello sviluppo».
- L'Agricoltura sta cambiando volto.
«Da qui a non molto dovrà assumere un ruolo centrale e determinante. Le azioni di riforma della nostra Regione non possono non tener conto dei mutamenti epocali che ridaranno una nuova centralità al settore primario. Con un quinto del numero degli addetti, l'agricoltura ha raddoppiato la produttività. Il dopoguerra ha beneficiato del progresso tecnologico, della meccanizzazione, del miglioramento genetico degli animali e dei vegetali. Non c'è dubbio, però, che i cambiamenti climatici in atto, i relativi accordi di Kioto, la riduzione dei carburanti fossili e l'alto livello di CO2 nell'atmosfera, trasmettono nuova centralità al settore agricolo. E quindi, non c'è dubbio che anche sotto il profilo dell'attenzione delle istituzioni, Governo e Regione in testa, il dibattito sul ruolo dell'agricoltura riassume una centralità per tutti».
Insomma, dalle barbabietole al biodiesel, come nell'ex zuccherificio di Villasor.
«Gli equilibri economici internazionali stanno mutando, di conseguenza si modificano i rapporti tra i prodotti alimentari e i prodotti non alimentari che hanno determinato nel settore la propensione verso l'energia prodotta da vegetali. L'origine del cambiamento deriva dall'aumento del prezzo del petrolio: determina una maggiore convenienza economica per la produzione di energia da fonti alternative meno inquinanti come il bioetanolo e il biodiesel».
- Ma per gli agricoltori tradizionali quali sono i benefici?
«Non a caso siamo già oggi in presenza di una tensione dei prezzi dei cereali. Farà certamente piacere agli agricoltori che oggi possono cedere il grano duro a 20, 21 euro rispetto ai 13 dell'anno scorso. Per la nostra Regione le agroenergie rappresentano un'opportunità e un occasione interessante. Però deve essere chiaro il ruolo che assumerà l'azienda agricola. I benefici devono essere per tutti, non solo per l'industria. Il cuore agricolo delle campagne deve pulsare alla pari di quello industriale. La Sardegna non può essere più considerata come la repubblica delle banane, dove si pensa di investire a beneficio di una sola parte».
- Cambiare produzione agricola costerà non poco.
«Immagino anche che a pieno regime di tutte le innovazioni introdotte nella finanziaria sia per la parte defiscalizzata, biodiesel e bioetanolo, sia per gli incentivi per la promozione della microgenerazione, si possa arrivare a coltivare per scopi energetici non più di 7-10 mila ettari. Riforma della legge sui consorzi di bonifica permettendo. O meglio, il costo sostenibile dell'acqua permettendo».
- La Sardegna è indietro anni luce.
«Deve riconoscere subito senza indugio il ruolo strategico dell'Agricoltura. Per questo vanno già bene le politiche che preservino le identità agricole evitando lo spreco di terreni agrari a favore di usi civili. Prima o poi l'aver lasciato fare lo pagheremo a caro prezzo. La Regione deve redigere subito un piano per mantenere le produzioni di cereali e legumi, può essere utile per non abbandonare troppo frettolosamente, come altre volte in passato è successo, (vedi comparto vitivinicolo) le strutture nate per stoccare cereali e legumi».
La Nuova Sardegna, 7 maggio 2007
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