Meno consumi e più attenzione alla salubrità dei cibi
Non solo gli italiani, ma anche gli europei hanno cominciato a cambiare le abitudini a tavola, riducendo sempre più i consumi di alcuni prodotti alimentari. Dal 1993 al 2004, nell'Ue a 15 la spesa per cibi e bevande non alcoliche è passata, infatti, dal 14,7 per cento del totale al 12,4 per cento. E' quanto sottolinea la Cia-Confederazione italiana agricoltori sulla base di un'indagine della Commissione europea relativa agli scenari futuri che contraddistingueranno l'agricoltura, il mondo rurale e la domanda alimentare fino al 2020.
Tra gli aspetti che hanno prodotto un cambiamento nelle abitudini alimentari dei consumatori europei negli ultimi anni -rileva la Cia- ci sono quelli relativi alla disponibilità di reddito e la contrazione della dimensione del nucleo familiare. A questi si aggiungono i mutamenti nello stile di vita e le ricorrenti emergenze alimentari (ad esempio, aviaria e Bse) che hanno generato vere e proprie psicosi provocando, quindi, allarmismi totalmente ingiustificati. Ad incidere, infine, sulle abitudini a tavola è stata anche una crescente attenzione per la salubrità dei cibi.
Tra i prodotti, la carne bovina è quella che ha visto diminuire più sensibilmente la propria popolarità: nel 1990 il 26,2 per cento della carne consumata era di origine bovina, questa percentuale è scesa al 21,5 per cento. Cali si registrano pure per le patate e il latte e i suoi derivati, mentre, aumenta, anche se di poco, il consumo di frutta e di ortaggi, di carne suina, pollame (sceso, però, nell'ultimo anno in seguito alle vicende legate all'influenza aviaria), pesce e frutti di mare.
Dall'indagine -sottolinea la Cia- emerge, inoltre, che le nuove etichette create per soddisfare le esigenze del consumatore in termini di qualità, trasparenza e tracciabilità quali Dop e Igp non sono sostenute -un aspetto messo in risalto anche da "Eurobarometro"- da una corretta informazione al cittadino che, di conseguenza, risulta ancora molto confuso in merito al significato di ciascuna etichetta.
Durante gli anni '90, nella maggior parte degli Stati membri Ue si è avuto -evidenzia la Cia- un aumento dei consumi delle famiglie in complesso. Lo "share" della spesa per beni alimentari e bevande non alcoliche è caratterizzato da un legame inverso con il reddito, vale a dire, all'aumentare del reddito aumenta l'incidenza delle altre voci di spesa, mentre i consumi alimentari rimanendo costanti, vedono diminuire la loro quota rispetto al totale. Insomma, un incremento della spesa per beni alimentari, ma in misura molto minore rispetto alla spesa complessiva. Ciò ha provocato e sta provocando una riduzione dello "share" della spesa in beni alimentari rispetto al totale.
Non solo, la spesa delle famiglie ha fatto registrare una variazione nelle abitudini di acquisto, passando dal semplice soddisfacimento dei bisogni essenziali (cibo e abbigliamento) ad altre categorie di consumo, come il tempo libero, il trasporto, il turismo e le comunicazioni. Inoltre, l'aumento della spesa in beni alimentari ha in qualche modo premiato i prodotti di qualità e quelli già pronti per il consumo (IV e V gamma) con un conseguente incremento della spesa in valore piuttosto che in quantità.
Ovviamente, per le famiglie con reddito basso, lo "share" della spesa alimentare è più elevato rispetto a nuclei familiari con reddito medio-alto.
Nei paesi nuovi entrati, dove risiede la gran parte di famiglie con reddito basso, la spesa per beni alimentari rappresenta ancora una percentuale significativa degli acquisti delle famiglie (30 per cento), mentre la media Ue a 15 si attesta sul 10-15 per cento.
Altro aspetto interessante che caratterizza le famiglie europee con basso reddito è -rimarca la Cia- la scarsa propensione ad acquistare cibi che favoriscono il benessere dell'organismo, come frutta e ortaggi, a vantaggio di prodotti altamente calorici (ricchi di grassi, oli, carboidrati, zuccheri e carni grasse).
Il trend decrescente dello "share" della spesa alimentare su quella complessiva delle famiglie europee è destinato a continuare anche nel futuro. Tra il 2000 ed il 2020, a fronte di un aumento del 57 per cento dei consumi delle famiglie in complesso, si assisterà -avverte l'indagine- ad un' ulteriore contrazione dei consumi alimentari sul totale.
L'Avvenire, 23 aprile 2007
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