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USA, L'ECOMODA DIVENTA UN AFFARE PDF Stampa E-mail
Tuesday 27 March 2007

I ricercatori del Nebraska usano gli scarti delle lavorazioni agricole. In un anno il consumo delle stoffe «bio» è salito del 44 per cento. Crescono i fans da Bono a Pitt





bambuLa nuova mecca della eco-moda è dove meno te l'aspetteresti: in Nebraska, nel bel mezzo delle pianure agricole americane, dove, all'Università di Lincoln, un team di ricercatori sta mettendo a punto una serie di nuovi tessuti. Derivati dagli scarti delle lavorazioni agricole, questi materiali già oggi servono a produrre abiti molto «trendy» - è il caso di quelli fatti con la paglia del riso o il bambù - e domani potrebbero addirittura sostituire le fibre sintetiche estratte dal petrolio.

Quella della «eco fashion», la moda verde, non è una storia che comincia oggi: la prima linea di indumenti «bio» fu lanciata da Esprit nel 1991 e da allora le riviste specializzate seguono l'evoluzione di questa nicchia del mercato che è, però, rimasta sempre minuscola.

Il suo sviluppo è stato a lungo frenato dai limiti delle fibre «bio», poco duttili, poco resistenti, con un aspetto «povero» e dalla conseguente, scarsa attenzione degli stilisti.

C'era poi il problema di fondo della mancanza di un obiettivo preciso: mentre mangiare bio significa evitare di ingerire cibi trattati con antiparassitari nocivi, estrogeni, antibiotici, indossare un abito bio di cotone cresciuto senza l'ausilio di fertilizzanti sintetici o una giacca fatta con la pelle di un animale allevato in modo naturale, ha un valore di testimonianza, senza vantaggi visibili per l'acquirente.

Tanto più che la legge americana tutela la natura «bio» di quella pelle finché è attaccata all'animale, ma poi non impedisce che sia trattata con le sostanze chimiche più nocive per impermeabilizzarla o renderla meno attaccabile dal fuoco.

Le cose ora stanno cambiando: lo sviluppo di nuove fibre capaci di sostituire quelle derivate dal petrolio, l'individuazione di alcuni tessuti - come quelli derivati dal bambù - che si prestano a lavorazioni molto sofisticate, un clima generale di maggiore sensibilità alla tutela dell'ambiente, hanno risvegliato l'attenzione degli stilisti. Il primo segnale è venuto nel 2005, con la ecosfilata inserita nella settimana della moda di New York: l'anno dopo, in America, il consumo di tessuti «bio» è cresciuto del 44 per cento. Poi, nell'autunno del 2006, è stata la volta dell' Ethical Fashion Show di Parigi. Intendiamoci: parliamo sempre di nicchie rispetto a un mercato dell'abbigliamento che, soltanto negli Stati Uniti, vale circa 200 miliardi di dollari. Ma ora decine di stilisti stanno seguendo Oscar de la Renta e Diane von Furstenberg, i primi che hanno creduto in questo nuovo filone. E i negozi chic - da Barney's e Bloomingdale's a New York fino a Mark & Spencer a Londra - hanno allestito spazi specifici per dare visibilità alla eco-moda.

E poi c'è l'effetto dei «testimonial»: personaggi come Bono e Brad Pitt che affermano di vestire «organico».

A questo punto gli stilisti non possono fare altro che cavalcare l'onda, tanto più che anche loro si sentono impegnati nella tutela dell'ambiente. Ma la cosa non li rende del tutto felici: l'idea che un tessuto trendy possa diventare più importante di una foggia trendy nel fare moda, ovviamente è per loro indigesta. Non li convince nemmeno l'enfasi con la quale si comincia a parlare di un sistema della moda «oil free», con una produzione di massa di tessuti naturali «alternativi» sufficiente a sostituire le fibre sintetiche, anche perché proprio la petrolchimica ha fin qui fornito i tessuti più duttili.

Insomma, d'accordo a sviluppare un nuovo mercato degli abiti eco-compatibili, ma senza la pretesa di renderlo dominante, visto che, tra l'altro, i tessuti bio, oltre ad essere più costosi, sono rigidi, un po' ruvidi e hanno colori poco attraenti. Ma è proprio qui che è arrivata l'università del Nebraska con le sue ricerche dirette dal professor Yiqi Yang, genio cinese delle fibre, e la promessa di vestire gli americani con gli scarti di quello che mangiano: cocco, riso, bambù, soia, mais e perfino le piume dei polli.

Le magliette di cocco - particolarmente adatte agli escursionisti visto che assorbono, più degli altri tessuti, umidità e odori - i pantaloni di bambù, un tessuto morbido duttile e naturalmente antibatterico e le sete di soia sono già reperibili in molti negozi.

I prezzi per ora sono elevati, ma i ricercatori sono convinti che, perfezionando le tecniche, piume di pollo e steli di riso che oggi vengono distrutti a milioni di tonnellate l'anno, potranno essere trasformati in «lana di gallina» e «cotone di riso» in quantitativi sufficienti a sostituire le fibre prodotte coi derivati del petrolio.


Il Corriere della Sera, 27 marzo 2007
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