Rifondazione attacca un progetto che coinvolge anche la Toscana:
danneggia i nostri contadini e quelli del Burkina. La replica:
sciocchezze
Polemica sulle importazioni dall'Africa. Cresce il commercio solidale:
100 milioni di fatturato
ROMA - Se dieci anni fa il regista Fulvio Ottaviano l'avesse saputo,
avrebbe forse cambiato il titolo del suo film, per una breve stagione
autentico cult della sinistra giovanile. Da «Cresceranno i carciofi a
Mimongo» in «Cresceranno i fagiolini a Kongoussi». Perché mentre nella
piccola città del Gabon i carciofi sono ancora merce sconosciuta,
invece nella località del Burkina Faso i fagiolini crescono eccome. La
Coop li compra, grazie a un accordo quinquennale con una cooperativa
africana, e li vende nei supermercati italiani con il bollino TerraEqua.
Si chiama «commercio equo e solidale». Ma ciò non toglie che quei
fagiolini, siano considerati da Rifondazione comunista una vera pietra
dello scandalo. Al punto da sferrare un attacco senza precedenti, a
mezzo stampa, alla Coop. Questa la tesi presentata ieri in prima pagina
da Liberazione, il quotidiano del partito: l'operazione danneggia i
nostri contadini, che si vedono arrivare sul mercato fagiolini a un
prezzo inferiore di oltre un euro al chilo rispetto alla produzione
italiana, ma anche i contadini africani, costretti a coltivarli a
scapito delle produzioni locali. Come se non bastasse i vegetali
arrivano in aereo, con perniciose emissioni di gas serra dai cargo che
li trasportano.
Argomentazione che strappa al toscano Aldo Soldi una battuta
sarcastica: «Potremmo portarli a dorso di mulo. Non arriverebbero in
Italia proprio freschi, ma almeno quel problema sarebbe risolto». Il
presidente della Coop c'è rimasto di sasso e non poteva essere
diversamente. Così rivendica: «Questo è un progetto che coinvolge anche
la Regione Toscana e il movimento Shalom, ed è conforme ai valori del
movimento cooperativo. Per noi è un fatto simbolico, per loro è una
occasione di sviluppo, che consente di far nascere anche un po' di
managerialità locale. Se pensiamo che qualche chilo di fagiolini
africani possa addirittura mettere in ginocchio i nostri produttori,
allora siamo messi bene...» Soldi spiega che le coop vendono da anni
prodotti del «commercio equo e solidale»: caffè, tè, cacao, palloni,
prodotti tessili. Ora hanno fatto anche un accordo con alcune
cooperative di donne indiane per la fornitura di indumenti di cotone.
Facendo mostra, il presidente della Coop, di non capire il motivo di
queste «accuse singolari».
Che perfino il fagiolino africano possa fomentare le polemiche a
sinistra, in effetti, è proprio il colmo. Anche perché il «commercio
equo e solidale», nuova frontiera della solidarietà internazionale,
sembrava una delle poche certezze «unitarie». Dalle Botteghe del mondo,
un circuito di circa 300 punti vendita organizzati dal consorzio
Altromercato, fino alla grande distribuzione che vende prodotti
certificati da Transfair, il fatturato di questi prodotti supera ormai
100 milioni di euro l'anno. Nulla, se raffrontato agli 11 miliardi
l'anno del giro d'affari della sola Coop. Ma è un «nulla» in continua
crescita. Iniziato con le banane, il «commercio equo e solidale» con i
piccoli produttori del Terzo Mondo si è allargato ormai ai prodotti
tessili e artigianali. Il commerciante deve rispettare regole precise.
«L'equo compenso della manodopera, il rifiuto dello sfruttamento del
lavoro minorile, il prefinanziamento e la continuità delle forniture
per assicurare una prospettiva di sviluppo», spiega Vito Cassata di
Altromercato. Che ammette tuttavia come «purtroppo» anche qualche
multinazionale «per ragioni di marketing» abbia cercato di infilarsi
nell'affare che per ora, in Italia, è in mano alle cooperative, bianche
o rosse che siano.
Anche per questo nessuno aveva finora pensato che ci si potesse
accapigliare. Se si eccettua quello che il presidente della commissione
Ambiente della Camera Ermete Realacci definisce «qualche mugugno da
parte delle Botteghe nel mondo quando è entrata anche la grande
distribuzione». C'è addirittura un'«associazione interparlamentare equo
e solidale» di deputati e senatori che si occupa della faccenda. Mica
tre o quattro: sono 120. E di tutti i partiti. Ci sono il capogruppo
dell'Ulivo alla Camera Dario Franceschini, Francesco Rutelli, il Ds
Nuccio Iovene, Alessandro Forlani (il figlio di Arnaldo) dell'Udc, ma
anche Giovanni Russo Spena, Alfonso Gianni e lo stesso segretario di
Rifondazione, Giordano. Il presidente è Realacci, che rivela come pure
il presidente della Camera sia sensibilissimo al tema: «Anche alla
buvette di Montecitorio ci sono prodotti del commercio equo e solidale.
La presentazione è avvenuta con Bertinotti, in pompa magna». Quali
prodotti? «Cioccolata, succhi di frutta, biscotti, tutto buonissimo».
Il caffè «equo e solidale», invece, dice Realacci, è stato sostituito
con un prodotto commerciale. «Diciamo che non era il massimo. E questo,
lo ammetto, non aveva fatto salire le mie quotazioni alla Camera».
Corriere della sera, 25 marzo 2007
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