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GERMANIA, VERTICE SULL'AMBIENTE

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Al G8 è sfida sul clima malato. Rischio di catastrofe planetaria: «Serve una svolta»


tramontoÈ sfida-clima al tavolo del G8 Ambiente a Potsdam in Germania. La posta in gioco è alta se l'Onu parla di effetti devastanti per colpa del riscaldamento globale che avranno ricadute su milioni di abitanti in tutto il Pianeta. E proprio la condivisione dei guasti da clima malato accenderà la discussione al vertice tedesco che da ieri a domani si svolge nella località a pochi chilometri da Berlino. Nodo caldo sarà il confronto con i Paesi più resistenti (Usa) e quelli a economie emergenti (Cina e India). Per l'Italia è presente il ministro dell'Ambiente, Pecoraro Scanio: «Al G8 serve una svolta verde sull'esempio dell'Unione Europea».

Il Consiglio europeo di Bruxelles della settimana scorsa è stata una pianificata e strategica fuga in avanti, guidata dal cancelliere Angela Merkel, in vista del prossimo G8 di Heiligendamm, in giugno. L'Europa ha voluto porre gli Stati Uniti di fronte ad un fatto compiuto, indicando da sola una strategia per il dopo Kyoto, gli accordi sui cambiamenti climatici che scadranno nel 2012 e che Washington si è ostinatamente rifiuto di ratificare.

I cambiamenti climatici - quelli in atto e quelli prevedibili nel breve e medio periodo - sono un problema. Su questo non c'è disaccordo possibile. Possono diventare anche una catastrofe - come ha ricordato pochi giorni fa un nuovo rapporto delle Nazioni Unite - dai costi umani ed economici non quantificabili. Anche su questo esiste un vasto consenso internazionale, persino con Washington. Il disaccordo nasce quando si cerca di individuare i rimedi realizzabili e ripartire, equamente se possibile, il peso politico ed economico di scelte impopolari fra i Paesi più industrializzati, quelli emergenti e quelli ancora in via di sviluppo.

A Bruxelles, pur con il recalcitrante consenso delle nuove economie dei Paesi dell'Est, l'Europa si è autoimposta degli obiettivi comuni: riduzione del 20% delle emissioni a effetto-serra entro il 2020; aumento entro lo stesso periodo del 20% dell'efficienza energetica, del 10% nell'uso dei bio-carburanti per i trasporti e delle energie rinnovabili. I comuni obiettivi, tuttavia, saranno raggiunti da ogni Paese dell'Unione adottando misure e pratiche nazionali. «Marciare separati, per colpire uniti», torna alla mente. E, ognuno farà come e quanto può, perché anche in Europa «il meglio è nemico del bene».

Gli Stati Uniti si rifiutano persino di discutere di numeri e percentuali. Non negano che i cambiamenti climatici siano un grave problema; ma non condividono (come dicono apertamente) «la filosofia stessa della presidenza tedesca». L'unica filosofia che comprendono è, infatti, quella del business: per questo fin quando Cina e India - con la loro crescente concorrenza produttiva e commerciale, e i loro giganteschi tassi di inquinamento - non saranno disponibile a condividere le preoccupazioni ambientali dei Paesi sviluppati, per Washington la questione è chiusa e senza possibilità di discussione.

L'Europa ha cercato di spezzare il circolo vizioso della posizione americana e getta l'amo alle economie emergenti: Cina e India, prima di tutto, ma anche Brasile, Messico e Sud Africa. Bruxelles dice 20%, ma è disposta a salire al 30% se anche questi Paesi accetteranno politiche di riduzione delle emissioni a effetto-serra, d'efficienza energica, d'aumento dell'uso dei bio-carburanti e delle energie rinnovabili.

La Germania - che non nasconde l'interesse della Merkel per le questioni ambientali - spinge anche per un allargamento del G8 a questi stessi Paesi: renderli partecipi dell'esclusivo club degli Otto Grandi potrebbe renderli più disponibili a negoziare il loro contributo alla salvaguardia ambientale, da un lato; ma anche isolare ulteriormente la posizione oltranzista degli Stati Uniti e convincerli della possibilità di un compromesso onorevole fra difesa delle proprie politiche industriali e, insieme, dell'ambiente.

L'impresa iniziata a Kyoto nel dicembre del 1997, quando 160 nazioni firmarono il celebre Protocollo della Convenzione Quadro della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, è sostanzialmente fallita e archiviata. L'Europa tenta di rilanciarne lo spirito, da sola al momento, ma sperando che la sua solitudine rompa il muro dell'indifferenza internazionale sui gravi problemi del futuro del nostro ecosistema.


L'Arena, 16 marzo 2007
 

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