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VENETO: CIBO SANO E NOSTRANO, L'AFFARE DEL FUTURO

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La sfida di Giorgio Piazza, presidente della Coldiretti provinciale e regionale


venetoLa riscossa del mondo agricolo veneto sventola le bandiere gialle della Coldiretti e punta al «chilometro zero». In barba alla globalizzazione che, in nome del mercato e del prezzo più conveniente, mette migliaia di chilometri di distanza tra produttore e consumatore, anche quando si tratta di «merci» essenziali per la sopravvivenza dell'uomo e facilmente deperibili, come il cibo. La filosofia del «chilometro zero» è semplice, casereccia e molto concreta. Il contadino vende direttamente i suoi prodotti, freschi e garantiti, ai consumatori e al ristorante più vicino.
 L'idea della Coldiretti ha già destato l'interesse delle agenzie di viaggio americane che chiedono l'indirizzo dei primi ristoranti con un menù a chilometro zero.
 Giorgio Piazza è il presidente della Coldiretti veneziana e Veneta; un contadino «doc» con la laurea in tasca, di quelli cresciuti lavorando la terra insieme al padre e al nonno. Nico, suo figlio, segue le orme; studia enologia e lavora nell'azienda vitivinicola di Giorgio Piazza e dei suoi due fratelli - Antonio e Stefano -, ad Annone Veneto.

 Il mondo contadino è ormai un ricordo del passato. Non vi date per vinti?
 «No di certo, l'agricoltura è vecchia come il mondo e sa guardare avanti molto più di altri settori. Oggi in Veneto operano centomila imprese agricole che gestiscono più di 1 milione e duecentomila ettari, pari a due terzi della superficie totale, con una produzione lorda vendibile di circa 5 miliardi di euro. La nostra regione ha un patrimonio agroalimentare d'eccellenza, composto da 37 vini Doc, Docg, Igt, 366 prodotti iscritti all'elenco del ministero delle Politiche Agricole, 21 prodotti Dop/Igp, due marchi collettivi per la carne bovina, uno certificato per la carne cunicola e per l'avicoltura e, infine l'agriturismo e fattorie didattiche».

 I giovani, che ne pensano dell'agricoltura?
 «Basta guardare tra i nostri iscritti. Ci sono sempre più giovani che decidono di fare l'imprenditore agricolo, una scelta di vita in cui l'etica ha ancora un senso. Un lavoro faticoso, ma poco stressante, sempre a contatto con la natura che non smette di illuminarti. Del resto, lo spazio e le opportunità non mancano per chi vuole farsi strada in questo settore. Su un territorio regionale complessivo di oltre 18 mila chilometri quadrati di cui il 29 per cento classificato di montagna, il settore agricolo gestisce più di 12 mila chilometri quadrati, ricreando e mantenendo un paesaggio unico al mondo per varietà, bellezza e vivibilità».

 Il paesaggio Veneto, però, oggi è tutto strade, capannoni e case. Anche l'agognato Passante autostradale ruba terra ai campi.
 «E noi contrattacchiamo. Come Coldiretti in collaborazione con l'Università di Padova e Veneto Agricoltura, abbiamo proposto alla Regione e al commissario Vernizzi la realizzazione di un maxiparco per risarcire i coltivatori espropriati per far spazio al Passante. Si tratta di un parco di 32 chilometri da Vetrego a Quarto d'Altino; 650 ettari di superficie, con 100 chilometri di piste ciclopedonali al suo interno. La nostra proposta ha il pregio di riqualificare integralmente il territorio, e offrire ai coltivatori danneggiati dalla realizzazione dell'infrastruttura, la possibilità di integrare il loro reddito realizzando e mantenendo barriere verdi e boschi urbani, prati e i tipici filari arborei».

 In provincia di Venezia come sta l'agricoltura?
 «E' una realtà composita, abbiamo molte aree bonificate, ottime per il seminativo e terre argillose, vicino al mare, ottime per la viticoltura, il radicchio, l'asparago, una grande varietà di ortaggi e frutta. Le coltivazioni di qualità, garantite o biologiche sono destinate ad avere sempre più importanza e produrre un buon reddito».

 Il futuro, dicono, è dell'economia digitale e delle tecnologie avanzate. Coltivare la terra è roba del passato, come i contadini?
 «Gli uomini per sopravvivere, anche nel futuro, avranno bisogno di alimentarsi bene e, come tutti sanno, il cibo viene dalla terra».

 Per quello ci sono i supermercati, le rosticcerie e perfino i piatti precotti portati a domicilio?
 «Per sopravvivere l'uomo deve alimentarsi e bene se vuole restare in salute. La sicurezza alimentare è sempre una priorità, oggi più che mai visto che sono all'ordine del giorno pandemie, inquinamento, sofisticazioni, frodi alimentari, prodotti fuori controllo che vengono da migliaia di chilometri. L'agricoltura di casa nostra è una sicurezza e avrà sempre più importanza. Parlo di un'agricoltura sostenibile, sia dal punto di vista economico ed occupazionale, che di qualità, genuinità e salubrità dei prodotti».

 Però, il consumo di massa continua a preferire i supermercati, con prezzi più bassi e i prodotti fuori stagione che vengono da lontano.
 «I supermercati non sono l'unico posto dove si può fare la spesa. Verdure, frutta, carni, formaggi e vino si possono comprare direttamente al mercato rionale o da chi li produce nell'azienda agricola più vicina a casa nostra. Sfido chiunque a smentirmi quando dico che il miglior modo di garantire la qualità di ciò che mangiamo, è vedere con i nostri occhi dove e come gli alimenti vengono coltivati e prodotti. Per questo, come Coldiretti abbiamo ottenuto una legge regionale che riserva il 10 per cento degli spazi di mercati comunali e rionali ai produttori agricoli locali».

 E i prezzi?
 «La qualità e la sicurezza hanno un grande valore economico, sul quale le imprese agricole ed agroalimentari hanno cominciato a investire. Ma la politica e le istituzioni non sempre se ne accorgono quando è ora di distribuire le risorse pubbliche, non parlo di assistenzialismo; ma del giusto riconoscimento, e sostegno, del valore della sicurezza alimentare e del paesaggio in cui viviamo».

 Per esempio che dovrebbero fare la Regione o gli altri enti locali?
 «Sostenere il ciclo agroalimentare nostrano. La Coldiretti del Veneto ha raccolto 25 mila firme, a sostegno di una proposta di legge che dia la preferenza ai prodotti tipici locali nelle mense pubbliche di ospedali e scuole, con menù a chilometro zero. Ci auguriamo che il consiglio regionale del Veneto la approvi, per il bene di tutti».

 A Marghera è in costruzione, alla Grandi Molini, un impianto che ricava bioetanolo per combustibili dal mais. E' questo il futuro?
 «Per noi è importante che si ragioni in termini di filiera e che buona parte del prodotto agricolo che servirà per il bioetanolo provenga dalle nostre aziende e non sia importato. Questa è la sfida che mettiamo in campo e che ci auguriamo venga accolta dai produttori di bioetanolo, senza la solita corsa al ribasso del prezzo da pagare ai produttori».

 E' solo un problema di prezzo, anche per i biocarburanti?
 «Ribadisco, è importante che il granturco da cui sarà prodotto il bioetanolo non sia scarrozzato in giro per il globo ma che la biomassa sia prodotta, anche in questo caso, a chilometro zero. Se devo caricarlo su una nave e portarlo a Marghera, è chiaro che devo bruciare gasolio e aumentare la produzione di anidride carbonica che contribuisce all'effetto serra e ai cambiamenti climatici. L'unico modo di garantire coltivazioni controllate e sicure, che rispettano il protocollo di Kyoto, è quindi una filiera regionale da incentivare in modo strutturale, pensando anche al biodiesel ottenuto da colza, girasole e barbabietiola colture che crescono utilizzando l'anidride carbonica, che viene fissata e sottratta, limitando l'effetto serra e suoi danni».


La Nuova Venezia, 5 marzo 2007