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UNA LEGGE UE SUL COMMERCIO EQUO? "DANNOSA SENZA UN CONFRONTO"

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Il presidente di Altromercato Dal Fiume: ''Difficile da definire il termine etico in ambito economico e commerciale. Meglio criteri indicativi, autocertificazioni e codici di condotta''. Dal 12 al 17 maggio a Blakenberge la conferenza mondiale

bottega_mondoSecondo fonti del mondo del fair trade, la Commissione europea sta elaborando un documento normativo sul commercio etico, ovvero sulle forme di scambio economico di beni e servizi a basso impatto ambientale e senza sfruttamenti di persone, e che includerebbe tutte le varie forme in cui esso si concretizza. Di questo tema molto importante e delicato si è discusso nel corso dell'ultima riunione dello 'steering comitee', o comitato politico, di FINE, l'organizzazione mondiale del commercio equo e solidale che raggruppa sulla stessa piattaforma quattro marchi di certificazione: Fairtrade Labelling Organizations International (FLO), la rete delle organizzazioni International Fair Trade Association (IFAT), la European Network of the World Shops (NEWS), che rappresenta le Botteghe del mondo, e la European Fair Trade Association (EFTA), che coordina gli importatori. Giorgio Dal Fiume, presidente di Altromercato e componente dello 'steering comitee', ci racconta com'è andata.

Come vedete l'iniziativa della Commissione europea?
Innanzitutto è bene che la Commissione riconosca in via normativa che ci sono tipi di commercio con valenza positiva per la comunità e l'ambiente. C'è però il rischio che non vengano bene definite le varie tipologie che compongono il commercio equo, anche perché non è semplice cogliere le differenze oggettive tra i vari settori del commercio equo e solidale. Nel commercio etico, così come lo chiama genericamente la Commissione, ci sono diverse famiglie: bisogna riconoscere le varie tipologie che esistono, e se si arriva a una normativa a riguardo, questa deve identificarle, distinguendo ad esempio le pratiche di salvaguardia ambientale e quelle di tutela dei produttori. Non bisogna mescolare tutto nello stesso calderone: se si dicesse che ogni prodotto con meno additivi chimici è biologico, si creerebbero problemi ai veri coltivatori bio, che si vedrebbero sottratte importanti fette di mercato e la fiducia dei consumatori in una certificazione sicura.

Quindi una direttiva mal fatta potrebbe essere dannosa?
Abbiamo questa preoccupazione. Già il termine etico in ambito economico e commerciale è difficile da definire. Noi vogliamo piuttosto criteri indicativi o il ricorso alle autocertificazioni o a codici di condotta, oppure anche certificazioni come la SA8000 riconosciute dalla Commissione, che riguardino e certifichino l'impegno da parte dell'azienda che lo assume  il rispetto delle normative europee su diritto sindacale, lavoro minorile, pari opportunità, eccetera.

Quindi forse un intervento legislativo della Commissione non è così necessario...
Noi non stiamo spingendo affinché ci sia per forza una direttiva. Noi pensiamo che possano esserci vantaggi solo se i contenuti sono positivi. Inoltre una normativa senza confronto forte potrebbe essere dannosa, e come organizzazioni del commercio equo vogliamo avere un ruolo forte in questo senso, con un'interlocuzione forte e riconosciuta per elaborare la normativa. Questa potrebbe essere presentata entro l'anno e sta venendo elaborata congiuntamente dalle DG (Direzioni Generali della Commissione, N.d.R.) Commercio, Agricoltura e Sviluppo.

Ad ogni modo, come la realizzereste voi questa normativa sul commercio etico?
Potremmo trovare un'armonizzazione a livello europeo, con un vasto riconoscimento pubblico, per spiegare cosa è o non è il commercio equo, garantendo una tutela dai tentativi di imitazione, come qualsiasi tipologia di prodotti che devono essere tutelati. Ci vogliono quindi chiarezza dei criteri, e riconoscibilità da parte dei consumatori e delle istituzioni.

E' necessario un ulteriore riconoscimento da parte dei consumatori per far crescere le vostre attività?
Dal lato del consumatore ciò non è necessario: non incontriamo diffidenza da parte del mercato, le vendite sono in aumento, così come il riconoscimento. Il problema è piuttosto essere riconosciuti in modo certo. Dobbiamo comunque lavorare di più sulla fiducia, e può essere utile soprattutto identificare chi è noi e non è noi. Altrimenti, possiamo andare avanti bene lo stesso così.

Cos'altro potrebbe fare l'UE oltre a una migliore evidenziazione del commercio equo?
Come prima cosa inserire fino in fondo il fair trade nelle politiche di sviluppo (come richiesto anche da una risoluzione del Parlamento Europeo, N.d.R.), incentivando ad esempio l'import da commercio equo. Poi si dovrebbero promuovere tutte le forme di economia della grande famiglia del consumo etico, che non è a scopo di lucro e fa economia col fine del benessere collettivo. Chiediamo poi la modifica di alcune politiche commerciali europee, per la diminuzione della povertà, come il protezionismo agricolo, i dazi, gli EPA (Accordi di partenariato economico) con i paesi Africa Caraibi Pacifico, o gli AID for TRADE.

Quali saranno i vostri prossimi passi?
Tra il 12 e il 17 maggio a Blakenberge, sulla costa belga, si terrà la conferenza mondiale del commercio equo, organizzata da IFAT. In quella occasione cercheremo di portare personalità della Commissione al tavolo di confronto. Stiamo anche elaborando dei documenti sull'AID for TRADE e sugli EPA. Ci saranno sicuramente ulteriori occasioni di interloquire con i vertici comunitari. Per noi fare lobby significa portare delle proposte operative su temi di lavoro, per preparare il terreno e far passare le nostre richieste.


Redattore Sociale, 2 marzo 2007
 

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