I dati presentati da Ifoam, FiBL e Soel mostrano una crescita del mercato del bio, ma alcuni aspetti destano preoccupazione
“The world of organic agriculture”, è questo il titolo dello studio presentato stamattina da Ifoam, Organic Monitor, FiBL e Soel presso la Sala St. Peterburg, al Biofach di Norimberga, e il tema principale di un convegno incentrato sulle statistiche e le tendenze del biologico a livello mondiale. “Un mercato, quello del bio, che si attesta sui 30 miliardi di euro per il 2006, con una crescita delle aziende che ha raggiunto quota 30%, circa 60 milioni di ettari certificati e oltre 60 paesi con una regolamentazione a livello nazionale” Così ha introdotto il convegno Helga Willer della svizzera FiBL, un ente di ricerca per l’agricoltura biologica. Molti dati interessanti che danno un’idea precisa di quanto il settore stia crescendo e in che direzione stia andando.
Una classifica, quella presentata dai relatori, degna di un campionato di calcio, e che si riferisce al numero di ettari coltivati secondo i metodi bio: al primo posto l’Australia, seguita da Argentina, Cina, Stati Uniti, Italia, Spagna e Germania. Fra questi paesi il maggiore tasso di crescita si è registrato negli Usa con un incremento delle coltivazioni di circa il 25%. Subito dietro l’Argentina e a seguire l’Italia, che primeggia in molti dei comparti presi in considerazione dallo studio. Innanzitutto per il numero di aziende, dove il Bel Paese è secondo solo al Messico, primo posto invece, per quello che riguarda la superficie coltivata a cereali (circa 250 mila ettari), e al terzo posto per ciò che concerne il riso, sopravanzata in questo solo dalla Thailandia e dalle Filippine; mentre il primato indiscusso le spetta nella coltivazione di olive e uva, due settori nei quali il nostro Paese ha sempre primeggiato.
Il convegno è stata anche un’occasione per presentare il 16° congresso nazionale di Ifoam, che si terrà proprio in Italia, a Modena, nel giugno 2008, e si intitolerà “Cultivate the future”. E proprio di futuro parla Amarjit Sabota, di Organic Monitor: “Paesi in via di sviluppo come Brasile, Thailandia e Cina conquisteranno spazi sempre più importanti nell’ambito della produzione, ma il consumo rimarrà comunque una prerogativa dei paesi ricchi, in particolare Usa, Germania e Gran Bretagna”. Una previsione che se da una parte è positiva per lo sviluppo del settore nel suo complesso, dall’altra ci rende uno scenario all’interno del quale il biologico potrebbe seguire la tendenza del commercio internazionale di prodotti convenzionali, che tanti danni ha fatto e continua a fare al pianeta, con il suo insostenibile sistema di trasporti, e con meccanismi che non concorrono certo a colmare il gap che divide paesi poveri e paesi sviluppati.
Stesso discorso vale per i canali di distribuzione, che in quasi tutti i paesi presi in considerazione hanno visto uno sviluppo crescente dei supermercati. Una tendenza che, se da una parte avvicina il biologico ai consumatori, dall’altra lo allontana un po’ dai principi in base ai quali è nato e che vede nelle economie locali il fulcro di questa etica del consumo alternativo. Sono stati molti infatti, che già ieri, nel corso della cerimonia di inaugurazione, avevano avvertito il pubblico presente in sala circa il pericolo che i prodotti bio venissero risucchiati nell’anonimato della grande distribuzione, perdendo quella credibilità alla quale proprio il presidente di Ifoam, Gerard Herrmann, faceva riferimento. Non si tratta certo di scardinare le fondamenta del bio, ma di rivederne alcuni aspetti che ne potrebbero pregiudicare l’andamento futuro, chiedendosi magari quale sia la direzione giusta da percorrere da qui in avanti. Un problema che forse tutti gli operatori del settore dovrebbero iniziare a riconsiderare, se intendono continuare a fare riferimento a un sistema che sia sotto tutti gli aspetti rispettoso dell’ambiente in cui opera.



