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UMBRIA: BRANCO DI LUPI FA STRAGE DI OVINI |
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Wednesday 07 February 2007 |
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Davvero un'amara sorpresa quella che
i proprietari di un allevamento ovino della frazione tifernate di Morra (Città di Castello)
si sono trovati all'alba di oggi davanti ai propri occhi.
Una scena raccapricciante con circa
100 capi sgozzati, alcuni già morti, altri in fin di vita o gravemente
feriti, ricoperti di sangue, con arti a brandelli, tutti ancora
all'interno del pascolo recintato dove avevano trascorso la notte. I
proprietari non hanno dovuto faticare molto per capire che a compiere
la mattanza fossero stati un branco di lupi, dei quali sono state
trovate diverse impronte proprio nel manto erboso in cui gli ovini
stavano pascolando. Si tratta quindi di un danno enorme per la famiglia
Monni, familgia che da tre generazioni è titolare di questa azienda
ovina con relativo caseificio. «I capi di bestiame di cui facevano
parte quelli morti e morenti erano circa 200 - ha riferito ai nostri
microfoni Santino Monni - ed era la cosiddetta "scelta", una selezione
degli animali migliori che facciamo ogni anno e che erano dunque
destinati alla produzione 2007. Abbiamo subito contattato le autorità
competenti, Asl, Regione e Provincia, ma nessuno si è ancora fatto vivo
dopo diverse ore dalla scoperta della strage. Dopotutto è anche una
pena vedere alcune pecore moribonde e che però noi non possiamo
abbattere perché rischieremmo una denuncia. I lupi in questione sono
stati lasciati nei monti altotiberini alcuni mesi fa per il
ripopolamento di questa razza protetta e in via d'estinzione, senza che
nessuno ci avvisasse. Anzi, - continua Monni - appena questa mattina
abbiamo contatto le autorità in questione, ci hanno chiesto per prima
cosa se avessimo fatto del male ai lupi o li avessimo uccisi. Chi ci
ripagherà del danno subito? Chi assicurerà il lavoro per tutto l'anno
ai nostri 10 dipendenti pastori?» Trattandosi inoltre di un allevamento
biologico,
gli ovini non possono essere rinchiusi e alimentati all'interno di un
capannone ma devono pascolare e nutrirsi all'aria aperta. Un vero
rischio quindi, almeno nelle zone altotiberine in questione.
Il Messaggero, 7 febbraio 2007
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