Soil Association pone delle nuove linee guida per i prodotti biologici importati
Sono ormai molti anni che nei paesi anglosassoni si discute animatamente di Food Miles, ovvero di quanti chilometri compie un prodotto prima di passare dalla fase produttiva a quella di consumo. L'impatto dei trasporti sulla produzione degli alimenti è uno dei motivi che ha portato, negli anni, molte critiche nel settore del commercio equo solidale, ma anche del biologico quando questo ha dimostrato, in alcuni casi, di aver perso quell'attaccamento alla filiera corta che dovrebbe caratterizzare una produzione che voglia ambire ad essere ecosostenibile.
Ho fatto questa breve premessa per arrivare alla decisione presa nei giorni scorsi da Soil Association, la maggiore organizzazione britannica che si occupa di agricoltura biologica, e che si può tranquillamente ricondurre al concetto di Food Miles. Soil Association infatti, nel corso del suo congresso ha stilato un documento in cui definisce importanti linee guida per il futuro, prima fra tutte la decisione di negare il marchio "bio" ai prodotti che, pur se ottenuti senza l'ausilio di prodotti chimici, vengono importati per via aerea.
“Nonostante i prodotti bio trasportati via aerea siano veramente pochi” scrive l'associazione “crediamo che ci sia un'urgente necessità di contribuire alla riduzione dei gas serra per combattere i cambiamenti climatici”. Secondo studi governativi compiuti sull'intero ciclo di vita dei prodotti, l'agricoltura biologica richiede dal 15% al 30% in meno di energia per la fase produttiva, e la decisione di Soil Association rientra quindi nel tentativo più esteso di ridurre l'impatto della produzione e della distribuzione, e le sue eventuali conseguenze sul pianeta.



