Si tratta di valutazioni molto discutibili. Infatti, se le stime pongono il picco del petrolio (cioè il momento in cui la domanda supera la possibile offerta) intorno al 2020 e quello del gas naturale, tra il 2030 e il 2060, non molto migliore è la stima per l'uranio (U): con le attuali centrali si prevede il raggiungimento del picco nel 2060, ma se il numero di impianti dovesse crescere la data si sposterebbe al 2040-2050, cioè nello stesso periodo in cui si può collocare il picco combinato di petrolio e metano. Inoltre la produzione di CO2 non dipende solo dall'impiego di combustibile in una centrale, ma da tutto il processo che va dall'estrazione del combustibile alla gestione di scorie e rifiuti. Per una centrale nucleare tipo PWR (acqua non-pesante pressurizzata, le più diffuse) da 1000 Megawatt (contenente 200 elementi di combustibile, un terzo dei quali ogni anno deve essere sostituito con materiale nuovo) occorrono ogni anno circa 162 tonnellate di uranio arricchito dell'isotopo 235, presente nell'uranio naturale (costituito soprattutto dall'isotopo 238) nella concentrazione dello 0,7%. A questo scopo occorre estrarre da una miniera con rocce ad elevato tenore in uranio almeno 1.620 tonnellate, ma queste condizioni favorevoli si trovano in pochi casi, oramai in via di esaurimento. In alternativa occorre estrarre e trattare anche milioni di tonnellate di roccia. Infatti i minerali di uranio, perché l'estrazione mineraria sia remunerativa, attualmente possono contenere una concentrazione minima di ossido di uranio che arriva anche sotto allo 0,05%.
Il minerale viene concentrato per macinazione e poi trasportato in un impianto di conversione, dove viene trasformato in esafluoruro di uranio gassoso (UF6). Il prodotto arricchito (al 3-4% di U 235) viene quindi mandato a un impianto di fabbricazione del combustibile, dove il gas di UF6 viene trasformato prima in polvere di ossido di uranio e poi nelle pastiglie di cui sono composte le barre di combustibile, che saranno trasportate al reattore, pronte per essere utilizzate.
Il combustibile usato, divenuto un rifiuto nucleare, viene conservato in un contenitore metallico pressurizzato per circa un mese e quindi immerso per almeno un anno all'interno di vasche di raffreddamento nelle vicinanze del reattore.
Spesso si parla di "ciclo del combustibile nucleare", una definizione entrata nel linguaggio comune, ma che non ha alcun riscontro con la realtà. Infatti non vi è nessun ciclo, perché il processo non viene chiuso, ripristinando le condizioni di partenza, come succede nei cicli biogeochimici naturali, alimentati dall'energia solare. Il mito del ciclo del combustibile nucleare nasce dall'antico sogno di poter separare negli impianti di ritrattamento il plutonio fissile generato dai reattori commerciali e di poterlo poi riutilizzare nei reattori autofertilizzanti veloci, dando così vita a un passaggio perpetuo da U-238 (uranio non fissile) a Pu-239 (plutonio), destinato a ulteriori reattori dello stesso tipo. L'idea era di creare un ciclo industriale con molti reattori autofertilizzanti veloci e dozzine d'impianti di ritrattamento, come quelli che oggi si trovano solo in Francia, a La Hague, e in Gran Bretagna, a Sellafield. Ma la tecnologia del reattore autofertilizzante è enormemente cara, tecnicamente poco sviluppata, ancora più controversa, dal punto di vista della sicurezza, degli impianti nucleari convenzionali, e particolarmente vulnerabile agli usi militari. Per queste ragioni il più noto reattore di questa specie, il Superphenix francese (un'avventura alla quale aveva partecipato anche l'Italia) è stato spento nel 1998.
L'uranio è quindi una risorsa non rinnovabile e non vi è alcun ciclo, ma solo un processo lineare che si conclude con una grande produzione di scorie e di rifiuti, che a tutt'oggi non si sa dove mettere.
L'uranio, anche quello impoverito, può provocare danni, nonostante le particelle alfa che emette non siano in grado di attraversare la pelle. Infatti una persona può esporsi all'uranio sia inalandone le polveri nell'aria che ingerendolo con il cibo e con l'acqua. Si è visto infatti che le persone che vivono in aree vicine a poligoni nucleari o a miniere che ne lavorano i minerali possono essere esposte a livelli di radioattività più elevati per via della produzione di polveri sottili e radon che vengono trasportati dai venti nelle zone circostanti.
Anche le acque usate dalle miniere per il trattamento del minerale possono diventare veicolo di contaminazione per le aree vicine.
La contaminazione continua nelle fasi di arricchimento, tenendo anche presente che l'esafluoruro di uranio è molto corrosivo; vi sono inoltre i rischi connessi al trasporto del combustibile e poi gli impatti della centrale nucleare nel suo normale funzionamento, anche a prescindere dal rischio di incidenti gravi, come avvenne a Chenobyl. Rilasci di quantità nocive di sostanze radioattive avvengono nella routine quotidiana delle centrali di riprocessamento, come documentato dall'elevata incidenza di leucemia infantile e giovanile a Sellafield e La Hague, dove, nei campi vicino al deposito, nel 2005, sono stati riscontrati livelli medi nelle falde di 9000 Bq/l (Bequerel per litro), mentre il limite europeo è di 100 Bq/l.
I recenti incidenti di Krsko in Slovenia e Tricastin in Francia, sono l'ennesimo esempio del gran numero di incidenti, cosiddetti minori, che ogni anno avvengono in tutte le centrali nucleari del mondo, compromettendo l'ambiente e la salute umana.
Quanto alle emissioni di CO2, calcolando il ciclo completo, nella migliore delle ipotesi, sono il 30-50% rispetto all'uguale produzione di energia in una centrale termoelettrica, ma vanno rapidamente aumentando a seconda della qualità dei giacimenti. Per frazioni di uranio sotto lo 0,01% (circa il 10 % delle risorse) è maggiore l'energia che bisogna immettere nel ciclo che quella che se ne estrae con la fissione. Anche I costi diretti sono elevati, e senza reali prospettive di riduzione. Se si calcola anche i costi di smantellamento della centrale e i costi di un deposito permanente delle scorie, la produzione di energia da fonte nucleare risulta tra le meno economiche.
D'altra parte negli ultimi 20 anni il nucleare ha mostrato un chiaro rallentamento nella sua diffusione, soprattutto dopo l'incidente di Chernobyl. Al termine della costruzione degli impianti pianificati negli anni '80, l'energia nucleare è stata sostanzialmente ferma ai valori degli anni '90.
Vi è futuro per un nucleare diverso?
Si parla molto di reattori intrinsecamente sicuri e di fusione nucleare (cioè l'unione di atomi leggeri come l'idrogeno). Per i primi i costi sono ritenuti elevatissimi e i problemi tecnici non sono risolti: non c'è ancora un prototipo e comunque non potrebbero essere disponibili, anche se tutto fosse favorevole, prima del 2030. La fusione nucleare è ben più lontana da una possibile realizzazione: si sono investiti negli ultimi quarant'anni molti soldi senza avere neppure la certezza della fattibilità o della convenienza energetica (cioè ricavare più energia di quanta ne serve per la costruzione). Inoltre una centrale a fusione, a causa del bombardamento neutronico che riceverebbero i materiali di cui sarebbe costituita, mantiene il problema della produzione delle scorie, alla fine del suo ciclo di vita.
Proprio il nodo dei rifiuti da centrali a fissione, come Scanzano insegna, è oggi non risolvibile, mentre ancora da risolvere è il problema dello smantellamento delle centrali nucleari esistenti, un problema che riguarda anche l'Italia, con le centrali del Garigliano, di Latina, di Trino e di Caorso.
In sintesi, possiamo dire che:
- l'uranio non è una risorsa né rinnovabile né sostenibile e neppure lo sono i materiali per una ipotetica fusione nucleare;
- comporta seri problemi di sicurezza ed un enorme impatto ambientale legato alla produzione di scorie radioattive, che inevitabilmente si accumulano nell'ecosistema e graveranno sulle future generazioni per migliaia d'anni;
- espone il mondo al rischio di proliferazione delle armi nucleari e fornisce potenziali strumenti al terrorismo;
- non è in grado di risolvere né il problema energetico né quello del cambiamento climatico. Le risorse di uranio non sono sufficienti per sperare di aumentare la capacità installata in maniera tale da coprire una quota significativa della nuova domanda di energia, né per sostituire la quota fossile. I programmi per i reattori superveloci sono falliti e la fusione non rientra nelle prospettive praticabili;
- ha dei costi diretti ed indiretti troppo elevati, scaricati sulla collettività.
Gianni Tamino - Biolcalenda Settembre 08



