La novità stavolta è che
di queste tematiche Vandana Shiva ne ha fatto un vero e proprio
manifesto d'azione articolato in 11 punti intitolati "I Principi della
democrazia sulla terra" da proporre a tutte le donne e gli uomini di
buona volontà impegnati a scongiurare la guerra, a lavorare per la
giustizia e lo sviluppo sostenibile. La vita dei poveri, scrivere
l'autrice, viene resa precaria e messa a rischio dagli effetti della
privatizzazione dello spazio e delle terre, le cui origini risalgono
alla politica dei commons , adottata dal governo inglese agli
inizi del diciottesimo secolo mediante cui migliaia di contadini furono
costretti ad abbandonare le proprie terre libere che vennero recitante
e suddivise in appezzamenti di terra e trasformate in erba da pascolo
per pecore la cui lana costituì la prima fonte di ricchezza commerciale
del regno. Quei terreni vennero gestiti alla stregua dei possedimenti
privati dimenticando che invece costruivano la fonte di sostentamento
di migliaia di famiglie contadine che, di lì a poco, avrebbero
ingrossato le fila degli emigrati bianchi, mano d'opera sottopagata in
cerca di una vita dignitosa, lontano dalla povertà e dall'indigenza. I commons
vennero successivamente venduti al miglior offerente desideroso di
avviare i sui affari e aprire nuovi spiragli all'economia di mercato. È
in questo modo che l'economia del sostentamento ha lasciato il posto a
quella di mercato producendo, a dispetto di quanto propagandato da
teorici ed economisti, benefici per alcuni ma non per tutti. Il guaio,
scrive ancora Vandana Shiva, è che l'ottica liberista ha poi prodotto,
con il suo perpetuarsi, un accostamento di vedute circa i suoi falsi
vantaggi tanto da etichettare il processo di arricchimento di pochi a
scapito di molti come il "progresso umano universale", oggi ampiamente
imitato dalle nuove potenze emergenti.
La stessa politica è
stata successivamente esportata nelle colonie, come ad esempio l'India.
Qui l'agricoltura di sostentamento familiare o delle comunità locali ha
subito lo stesso processo dei commons
favorendo la divisione della terra e il suo impiego da parte delle
multinazionali che hanno impiantato le monoculture sacrificando la
biodiversità del territorio: è il caso della Monsanto, industria leader
nella produzione degli OGM, Vivendi, Cola Cola e molte altre ancora. Ed
è proprio la Coca Cola l'esempio forse più paradossale. Le lattine
della bibita più famosa del mondo vengono prodotte impiegando le fonti
di approvvigionamento idrico delle comunità locali indiane e sottraendo
a queste la maggior parte di tali risorse a livello locale. Mediante le
licenze utilizzate dall'impresa, i pozzi d'acqua vengono
progressivamente impiegati e prosciugati. Nella comunità di Kerala,
famosa per la vittoria ottenuta dalle donne per lo smantellamento di
uno stabilimento d'imbottigliamento di proprietà della multinazionale,
le quantità d'acqua estratte erano così elevate al punto che il livello
freatico del sottosuolo si era abbassato fino 150 metri sotto terra
prosciugando i pozzi d'acqua presenti nelle vicinanze e consumando
l'acqua potabile disponibile per l'uso domestico e l'irrigazione dei
campi. Alcuni rifiuti abbandonati all'interno dello stabilimento
avevano tra l'altro inquinato i campi coltivati circostanti, rovinando
i raccolti e inquinando i corsi d'acqua. A quel punto, le autorità
locali avevano dichiarato l'acqua di Kerala non potabile, cosa di cui
le donne erano perfettamente a conoscenza ma ci vollero anni di
manifestazioni, petizioni e sit in di protesta per autorizzare la
chiusura dello stabilimento. Quest'ultimo, dice Vandana Shiva, è solo
uno dei 76 che la Coca Cola possiede disseminati in tutta l'India e
chissà quanti altri ancora in giro per il mondo. L'esempio di Kerala è
illustrativo degli effetti della globalizzazione: la trasformazione
delle risorse e delle persone in mercanzia e il loro conseguente
sfruttamento. Nella sua analisi l'autrice non tralascia neanche il
genere, ponendolo anzi al centro del sistema di sfruttamento
globalizzato. Così come le donne vengono asservite e rese dipendenti
dagli uomini, allo stesso modo lavoratori, lavoratrici e risorse
ambientali lo sono ad opera dei potenti. Il paradigma di
assoggettamento donna-uomo non è niet'altro che l'anello originale di
una catena che si perpetua al di fuori delle mura domestiche,
investendo la sfera pubblica e, oggi, il pianeta intero.di Ilaria Maccaroni, Rivistaonline.com



