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OLIMPIADI 2006, ORA SI CONTANO I DANNI

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A un anno di distanza dai Giochi Olimpici invernali si possono iniziare a tirare le somme dei danni arrecati ad ambiente e agricoltura 

 

 


dossierto200604_copyMi viene in mente una piazza il giorno dopo la festa, sommersa di rifiuti e svuotata di tutta la gente che la sera prima faceva baldoria. E' un po' questo lo scenario che richiama il nuovo dossier presentato ieri da Legambiente e intitolato l'eredità olimpica di Torino 2006. Spente le luci sulla festa olimpica, a un anno di distanza, che cosa resta a Torino e nelle località che hanno ospitato i Giochi? Esattamente il corrispettivo dei rifiuti di cui parlavo sopra e un certo senso di abbandono e desolazione che fa aggricciare la pelle.

Sono state presentate e promosse come le “Olimpiadi ecologiche”, ma il risultato finale è stato di tutt'altro segno. Se infatti è stata positiva la costruzione del villaggio degli atleti - con oltre 2 mila metri quadrati di pannelli solari, un sistema di riciclaggio delle acque e l’azzeramento delle emissioni di CO2 legate alla manifestazione -, e ci sono state sicuramente delle ricadute degne di nota, dal punto di vista economico, per la città di Torino, ben altro discorso si deve fare per l'impatto sulle valli Chisone e Susa. Un esempio su tutti è stata la costruzione dei giganteschi impianti per il salto con gli sci e per le gare di bob di Pragelato e Cesana. Mastodontiche costruzioni che sono costate rispettivamente 36 e 77 milioni di euro, con costi di gestione annui di 1,16 e 2,2 milioni di euro, e un ritorno post-olimpico di soli 115 mila e 500 mila euro annui. Dei dati che fanno riflettere seriamente sulla reale necessità di costruirli e sulla possibilità, aposteriori, di considerare l'ipotesi suggerita fin dall’inizio dalle associazioni ambientaliste, ovvero usare strutture già esistenti a pochi chilometri di distanza, come la pista di bob e il trampolino di Albertville, in Francia.

Un'altraltro aspetto da tenere in seria considerazione è sicuramente la speculazione immobiliare, che ha visto una corsa sfrenata all'edificazione sia a Torino e che nei comuni della Valle Susa e della Valle Chisone, con la definitiva saturazione di tutte le zone edificabili. Un fenomeno avallato dalle istituzioni, che si sono rifatte a un modello di sviluppo turistico fatto di seconde case e multiproprietà, con gli immobili di nuova costruzione che, in alcune zone, sono arrivati a toccare anche i 5 mila euro al metro quadrato.

Ma non finisce qui la serie di danni da elencare. Al rapporto di Legambiente si unisce pure Coldiretti Torino che lamenta i danni provocati dai Giochi su agricoltura e pascoli montani. “Dove sono sorti gli impianti” dice Emilio Fugazzi, direttore di Coldiretti Torino “il territorio aveva connotati prettamente agricoli, mentre oggi non è più utilizzabile per le attività primarie. Per realizzare le opere si è intervenuto in modo pesante sulla superficie pascoliva. Oggi, ad un anno di distanza, i lavori di ripristino vanno troppo a rilento e spesso la qualità degli interventi lascia molto a desiderare. Il risultato è che oggi molte aree si presentano scarsamente inerbite. Questo, sommato alle interferenze degli impianti olimpici, pregiudica in modo pesante l’attività di pascolo. Infatti alcuni alpeggi saranno costretti a chiudere oppure a ridurre pesantemente il carico di bestiame. Altre aree di cui era stata garantita la restituzione all’utilizzo primario - che da sempre ha presidiato e salvaguardato il territorio - oggi stanno prendendo altre destinazioni e saranno manutenute da soggetti esterni al mondo agricolo”.

A tutto questo va aggiunta la montagna di debiti che le Olimpiadi hanno portato con sé e che in teoria dovrebbero essere gestiti da una società creata appositamente da Coni, Regione ed enti locali, la Fondazione 20 Marzo. Una realtà con il compito di amministrare il patrimonio immobiliare e “riempire” gli impianti con grandi eventi e manifestazioni internazionali. Ora la gestione è passata alla Provincia di Torino ed è stato calcolato che il budget necessario per avviare la società che dovrà gestire gli impianti nei prossimi cinque anni, si aggirerà sui 63,6 milioni di euro. Dei costi elevatissimi che rendono l'affare scarsamente conveniente soprattutto per i Comuni che fanno parte della Fondazione. Perciò si fa sempre più veritiera e minacciosa la voce circa l’intenzione di demolire entro pochi anni gli impianti più onerosi. E se tutto ciò accadesse si tratterebbe veramente di un vero capolavoro economico-ambientale. Della serie: la festa è finita, tutti a casa, si distrugge la piazza, si cancellano le tracce.

 

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