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IL DIFETTO DI SOSTENIBILITÀ DELLA POLITICA ITALIANA

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Non parliamo di politica ma di programmazione.

bandiera_italia.jpgAncora una volta la classe politica dimostra di non essere all'altezza delle sfide che il nostro paese deve affrontare. Con il suo irresponsabile comportamento non permette alcun tipo di pianificazione nelle attività economiche ma reitera incertezza che provoca solo immobilismo.

L'esperienza di governo si è interrotta proprio nel bel mezzo delle fasi ricognitive di quello che sarebbe potuto diventare il nuovo testo sull'agricoltura biologica. Questa interruzione vanifica tutti gli sforzi che sono stati fatti in questa direzione nel corso di questi anni.
Errore di strategia e pianificazione? Probabilmente entrambi, ma non riguardano solo il settore.

In questi anni l'attività di governo si è caratterizzata dalla costante e faticosa ricerca di quei voti necessari a rendere esecutivi i propri proponimenti legislativi. Ma siccome l'episodio si è riproposto tante di quelle volte, alla fine ci si era abituati al punto che quando il governo è caduto al Senato, è comparsa quella sensazione di ingiustificata incompiutezza.

Questo governo si era sempre trascinato con il rischio di polverizzarsi da un momento all'altro, ma nonostante ciò si era comunque sviluppata una sorta di abitudine a considerare come se avesse una forza tale per rimanere in carica per chissà quanti anni.

Sull'incapacità di valutarne i rischi non si è distinta neppure l'attività di coloro che avendo l'incarico di perorare gli interessi del settore biologico presso le sedi istituzionali, ora si ritrovano a dover fare un bilancio tutt'altro che positivo, considerando le opportunità sfumate, i vantaggi ottenuti e gli sforzi fatti. Si potrebbe obiettare che probabilmente le cose non cambieranno nel breve tempo e che forse c'è ancora un qualche margine di trattativa, ma sarebbe falso. Le questioni inerenti le politiche agricole e nello specifico i temi legati al biologico non sono prioritari e inoltre, ma ne parliamo dopo, le cose potrebbero cambiare in maniera pesante nel prossimo futuro.

La responsabilità strategica che invece non può essere elusa riguarda il credito che il settore avrà con un eventuale cambio di maggioranza ( ipotesi tutt'altro che remota). C'è il rischio che si possa insinuare il sospetto che il settore sia troppo connotato in termini di simpatie partitiche, e questo non gioverà affatto alle attività dei prossimi anni. Le figure che ricoprono gli incarichi più rappresentativi di questo settore non hanno perso occasione per rapportarsi con le cariche istituzionali del governo Prodi, nei comunicati stampa e nelle dichiarazioni ufficiali, con espressioni in cui si manifestava  un apprezzamento che andava oltre i singoli episodi.
Probabilmente questo atteggiamento non sarà un vantaggio.

Chi si occupa con responsabilità di attività economiche sostenibili ha fatto una scelta politica. Questo è chiaro e onestamente ineccepibile. Ma chi pensa che lo sbocco naturale del settore abbia una connotazione partitica univoca sbaglia e corre il rischio di mettere in difficoltà l'attività dell'intero settore.
Ma non possiamo neppure rischiare che la mancanza di fiducia possa essere reciproca, cioè che i rappresentanti delle organizzazioni del settore congelino l'attività in attesa di avere delle certezze sulle scelte del prossimo governo, imponendo magari uno stop alla pianificazione che potrebbe durare il tempo di una legislatura.

Ricapitolando: non sono state raggiunte quelle garanzie legislative necessarie per una programmazione a medio e lungo termine e c'è il rischio che si insinui il sospetto che le organizzazioni del settore possano essere troppo sbilanciate politicamente. Di tutto questo bisogna tenere conto.

Ad alleggerire il quadro però c'è una considerazione che va fatta; l'attività del dicastero delle politiche agricole è l'unica che ha mantenuto una certa continuità nell'esperienza che ha caratterizzato prima Gianni Alemanno e poi Paolo De Castro e questo rappresenta una garanzia in senso generale. La tutela delle peculiarità del nostro territorio e una capacità di offrire delle risposte adeguate alle esigenze del mercato, senza scendere a troppi compromessi, caratterizza la continuità dell'esperienza delle politiche agricole italiane.

Ma non si può negare che al di là di poche figure esiste una visione delle cose che - definirla "weltanschauung " forse è un po' troppo ... - non è troppo compatibile con gli obiettivi di sostenibilità ambientale del settore biologico. Faccio solo due esempi: c'è chi parla di energia nucleare come fosse in piazza, cioè con la presunzione di chi vuole aver ragione senza capir nulla di quello che dice e, secondo, stanno arrivando contorti segnali riguardo un' ipotetica mancanza di mais no ogm sul mercato che lasciano semplicemente presagire che sia inevitabile, se non addirittura necessario, passar sopra la volontà popolare che si è espressa così chiaramente e trasversalmente sull'argomento.

Soluzioni? Il primo suggerimento per capire quale indirizzo seguire è quello di non fare più affidamento, nella programmazione delle proprie attività, sui piani ministeriali. Nel senso che la pianificazione non deve modularsi più solo su un'interpretazione assistenzialista dell'aiuto del pubblico, ma deve iniziare a credere alle opportunità espresse dal mercato sostenibile. Se questo è un dato che potrebbe essere interpretato come un limite, per retaggi cronicizzati, dall'altro potrebbe aprire interessanti prospettive. Faccio un esempio , il settore dell'agricoltura biologica inglese non è in grado di soddisfare una domanda interna che porterebbe fatturati altissimi per il semplice fatto che gli agricoltori non hanno saputo cogliere le opportunità del mercato. Anche in Italia, al di là della capacità di previsione dell'andamento di mercato e dei tempi di conversione per quelle culture di tradizione convenzionale, non si è mai cercato di sviluppare il settore nei termini in cui il mercato può recepirlo. E le opportunità offerte dalle esportazioni, è ancora l'esperienza inglese ad insegnarlo, forse in futuro non saranno così rosee.

In futuro le possibilità, almeno per i prodotti agroalimentari ecosostenibili, potranno scaturire soprattutto dal mercato nazionale, con tutti i limiti che la sproporzione tra produzione e consumi comporterà.

Altro discorso riguarda i prodotti extra alimentari, sviluppati tradizionalmente in mercati dove o non c'è una grande spinta produttiva degli ingredienti o dove invece la realtà sostenibile è già più evoluta, nei termini di consuetudine ai prodotti. Ecco il mercato internazionale del non food non sembrerebbe inviare segnali pregiudizievoli rispetto i prodotti italiani. Anzi, le nostre materie, i nostri ingredienti, uniti ad una sapiente tradizione, potrebbero offrire nuovi sbocchi per allargare la gamma di offerte.

Il settore non può restare al palo in attesa di segnali forti o di vincere reciproche diffidenze, dovrebbe cominciare ad anticipare le mosse e provare. Perché ha sì credibilità ma non è così forte.

Per concludere una buona notizia: il Consiglio dei ministri è riuscito a licenziare un decreto che cancella tutti quei limiti burocratici che fin'ora hanno limitato la diffusione dei "distributori di latte appena munto". Una norma che non può che incentivare le buone pratiche sostenibili. Se il rischio è che le cose possano presto cambiare, prepariamoci pure al peggio ma nel frattempo agiamo.


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