Al via il progetto ''ReMi'' della Comunità di Capodarco finanziato con
i fondi della Regione Lazio, del Ministero del Lavoro e delle Politiche
sociali e dell'Unione Europea
Studiare da agricoltore sociale ora si può. Le fattorie sociali
e l'agricoltura biologica escono infatti dagli steccati e si propongono
al grande pubblico. Queste esperienze non vogliono cioè rimanere buone
pratiche di nicchia, ma vogliono tentare di parlare e influenzare tutta
società. È questo uno degli obiettivi del progetto ReMi, che parte in questi giorni e si concluderà in ottobre nel Lazio per lo sviluppo delle fattorie sociali e del turismo sociale.
Saranno organizzati corsi di formazione e sarà avviato un nuovo portale
Internet per mettere in rete tutte le realtà regionali e nazionali che
si occupano di agricoltura sociale. Capofila del progetto la Comunità di Capodarco di Roma.
Nella sede di Capodarco sarà aperto il primo "sportello" delle fattorie
sociali, che uniscono l'agricoltura biologica ai problemi di inclusione
delle persone più deboli. Moltissime le associazioni e le realtà già
coinvolte sia per le fattorie sociali, che per il turismo sociale. Tra
queste nomi molto noti e nomi meno noti. Citiamo solo alcuni dei nomi:
Acliterra, Agci Lazio, Aiab, Alpa, Cia Lazio, Cnca Lazio, Dear, Donne e
politiche famigliari, la Fao, la Rete delle fattorie sociali, Spes. Per
il turismo sociali sono già coinvolte Consorzio Integra, Consorzio
Tiresia, Donna Tc, varie cooperative. Per le fattorie sociali, oltre la
capofila Cooperativa Agricola di Capodarco della Comunità di Capodarco,
sono coinvolte Agrya Srl, Consorzio Alberto Bastiani
«Con questo progetto - ci spiega Teresa Bernardini,
responsabile progettazione di Netform - vogliamo prima di tutto mettere
in collegamento soggetti diversi che operano nello stesso campo. Sono
ormai moltissime le esperienze di agricoltura sociale anche qui nel
Lazio. Mancava però un collante, un network che le mettesse appunto in
rete. Inoltre abbiamo intenzione di sviluppare sia il turismo sociale,
sia una nuova ruralità che coinvolga soprattutto le fasce più deboli». I referenti del progetto sono infatti i giovani che non trovano lavoro,
le persone anziane che sono ormai considerate troppo grandi per il
mercato del lavoro tradizionale (e si tratta in questo caso soprattutto
di donne visto che l'80% delle persone che parteciperanno è composto
proprio di donne). Ci saranno anche le persone disabili, che nelle
esperienze di agricoltura sociale hanno la possibilità di inserirsi
come gli altri nel ciclo produttivo. «Vorrei anche sottolineare
l'importanza dello sportello che apriamo - ha sottolineato Teresa
Bernardini - si tratta di una nuova esperienza di comunicazione e
informazione diretta perché lo sportello sarà on-line e dal vivo a
Capodarco». Bernardini spiega inoltre che la formazione è la parte
centrale, la parte qualificante del progetto ReMi. «Il nostro sogno -
dice - è quello di arrivare prima o poi a varare il bollino agrisociale.
Sarebbe per l'Italia una novità assoluta. Intanto puntiamo a far
crescere al massimo la formazione e la qualificazione degli operatori
del settore».
Anche Carlo De Angelis, responsabile del
progetto per Capodarco, mette l'accento sulla qualificazione e la
formazione. Per le fattorie sociali ci saranno 400 ore di formazione
all'interno del progetto ReMi. «Ci sarà teoria, ma anche molta pratica.
Il nostro concetto di nuova ruralità si basa sulla possibilità di
estendere queste esperienze anche a realtà che finora non sono state
interessate - dice ancora De Angelis - finora sono state coinvolte
soprattutto le cooperative sociali. Ora cercheremo di rivolgerci a
tutti coloro che vogliono cominciare a lavorare nel mondo
dell'agricoltura. Per questo aprirà lo sportello dell'agricoltore
sociale».
Per maggiori informazioni sul progetto e in generale sulla realtà delle fattorie sociali si può visitare il sito www.netform.net, dove si parla molto anche di turismo sociale.
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